società

Effetto Armine

 

L'attualità che può indignare o guidare

 

A distanza di un anno dal suo debutto nell’ industria del Fashion, il caso della modella Armine Harutyunyan ha monopolizzato da giorni l’attenzione su riviste, settimanali, social network ed informazione. Neanche i nuovi banchi di scuola a rotelle o l’andamento dei contagi da covid-19 sono riusciti a suscitare lo stesso interesse nel pubblico. Incredibile. Si legge di bodyshaming, di diversità, di libertà, di scardinare stereotipi, di inclusione e contemporaneamente di non scadere in facili cliché perché si tratterebbe unicamente di una intelligente manovra di marketing da parte di una casa di moda, tra l’altro non nuova a certe scelte.

Ma a chi davvero importa di Armine, di Gucci, della bellezza o della giustizia di alcune scelte o situazioni? La prima risposta che verrebbe da dare sarebbe “nessuno”, ma l’assolutismo non detiene mai la verità; dunque la risposta corretta potrebbe essere “a nessuno di quelli che hanno sentenziato, preso in giro, offeso o dato lezioni di marketing sul web”. Probabilmente non importa neanche alla stessa Armine né alla casa di moda, che chiaramente avranno agito entrambe perseguendo interessi personali che ritengo siano stati anche straordinariamente raggiunti.

Ma allora che succede? Perché tanto odio, cattiveria ed in generale attenzione su temi e situazioni che non hanno in alcun modo influenza pratica e concreta sulle vite delle persone? Voglio dire: se Gucci sceglie una modella che non rispecchia i canoni di bellezza stereotipati o una ragazza down per le proprie campagne o un’altra maison di moda preferisce una taglia forte alla ragazza extrasmall, in che modo la vita di una persona che non sia parte del contratto potrebbe cambiare o esserne influenzata?

La risposta a questa domanda spaventa, perché in realtà la percezione è che davvero quella scelta riguardi tutti. In un mondo in cui sembrano essersi persi i parametri per poter veramente visualizzare cosa conti e cosa no a livello pratico e quotidiano, in una realtà in cui i social network hanno avvicinato – o sembra che lo abbiano fatto – persone lontane sia fisicamente che in termini di target, in un contesto in cui tutti, in ogni momento, hanno a disposizione informazioni, notizie, persone e personaggi a distanza di un click e con la medesima facilità possono in un attimo esprimere il proprio parere, la conseguenza più scontata è che chiunque si senta realmente coinvolto da qualunque scelta, decisione, apparizione o parola prese, effettuate o espresse da chiunque – che siano politici, attori, cantanti, influencer, vip più o meno consolidati, modelle, aziende, pincopallini vari ed eventuali – anche se lontane anni luce dalla propria posizione geografica, famiglia, realtà lavorativa e personale. Ci siamo praticamente globalizzati anche nel pensiero

Ma questa è un’illusione. Un’illusione che ha come effetto quello di mostrare il peggio dell’umanità, tirando fuori rabbia, cattiveria, esibizionismo, narcisismo e frustrazioni e metterla in rete alimentando altra rabbia, cattiveria, esibizionismo, narcisismo e frustrazioni. Ad libitum.
Il motivo va probabilmente rinvenuto nella mancanza di una guida, di una strada, di una corrente o movimento culturale in cui riconoscersi e che si ponga come uno scopo, un obiettivo sociale o sociologico per tutte quelle persone che sentano la necessità di affacciarsi oltre la propria quotidianità.

Quello che chiamo “effetto Armine” non è altro che un faro puntato sul disagio globalizzato dell’essere umano di oggi che sente di aspirare a qualcosa di più – cosa che fa parte della nostra natura – ma che non riesce a comprendere né vedere cosa sia questo “di più”, perché le energie sono mal canalizzate e dunque disperse e perché in un mondo in cui tutto appare semplice, pur non essendolo affatto, viene alimentata una frustrazione inconscia dovuta al continuo paragone tra sé stessi e gli altri. Se da una parte notare persone venute dal nulla che “ce l’hanno fatta” potrebbe avere come impulso positivo quello di volersi impegnare per seguirne l’esempio, dall’altra sembra invece portare l’effetto opposto di giudizio e critica per demolire chi ha avuto successo e riportarlo al punto di partenza ideale, come se si volesse azzerare quanto accaduto e ripartire dal via col senno di poi, pensando che, se questo fosse possibile, chiunque potrebbe avere una possibilità in più di trovarsi al posto della celebrity del momento.

Pensandoci bene, ma bene seriamente, quanto è faticoso tutto questo? Ogni giorno ognuno di noi viene bombardato da migliaia di notizie che leggiamo anche se non ci interessano davvero. Ma è facile fruirne perché vengono pubblicate, condivise, commentate e ricondivise talmente tanto, che alla fine della giornata ci ritroviamo tutti con infarinatura più o meno completa su tutto. Viviamo nell’era della tuttologia della superficie, in cui chiunque è un opinionista quando va bene e un giudice quando si esagera. Che fatica. E’ come annaspare in direzione opposta alla risacca, senza direzione, quando esistono modi per non rischiare di stancarsi ed annegare. Ci si esprime su ogni cosa, senza sapere praticamente nulla.

Ma quel che è peggio è che non esiste uno scopo per questo: si fa e basta, ci si esprime anche in modo accorato ed accanito su qualsiasi argomento senza visualizzare dove questo si vuole che ci porti. Poi tramonta il sole e sorge ancora su nuove notizie e gossip. Manca profondità perché mancano gli obiettivi. E mancano gli obiettivi perché mancano i parametri e la consapevolezza. Qual è la rivoluzione del ventunesimo secolo? Qual è la direzione e quale la motivazione? Chi è la persona che ognuno di noi vorrebbe essere?

In un panorama che appare superficialmente privo di strade e sentieri, dove si cambia direzione ogni volta che il vento soffia diversamente, dove mancano punti di riferimento o meglio, non si hanno le capacità di identificare quelli idonei, c’è bisogno di indicazioni che ci riportino sui viali della ragione, che ci restituiscano il senso di appartenenza ad una comunità, ad una specie e ad una casa dove abitiamo tutti insieme, che ci ricordino che non abbiamo bisogno di elevare il concetto di inclusione, perché siamo tutti già inclusi in questo mondo e che ci guidino verso un elevazione individuale che non si basi sulla disfatta di qualcun altro, ma sul potenziamento dei nostri talenti.

Se Armine, con i suoi lineamenti decisi, con i suoi capelli lunghi e scuri, le sue sopracciglia folte ed anche un po’ iconiche come una moderna Frida Khalo, con il suo aspetto per molti disturbante in una realtà finora rappresentata da colori diversi e fisionomie forse più armoniche può raggiungere il risultato di aprire un varco luminoso nel buio di questo medioevo culturale e direzionale facendo aprire gli occhi sul fatto che troppo tempo e troppe energie si disperdono su tematiche sterili, inutili, insensate e prive di qualunque fine costruttivo, allora ben venga l’effetto Armine.



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