Che poi diciamocelo...

 Le interviste di Che poi diciamocelo: Ilaria Marocco Business Dress Coder, Consulente d’Immagine

 

Tesoriere e Segretario del capitolo italiano di AICI, l’Associazione Internazionale delle Consulenti d’Immagine. Lei è una Donna di quelle che varrebbe la pena incontrare nel tuo cammino.

 

Una professionista instancabile, corretta fino all’estremo, professionale e sincera anche quando questa sincerità può farle da ostacolo. Preparata, capace, allineata, coerente ed affidabile. È anche moltissime  altre cose che coloro che hanno l’onore di conoscerla sanno bene, tra le quali il fatto di essere una persona che sa ridere e sa essere incredibilmente leggera (e in questo momento pieno di brutture è veramente un dono), così come riesce ad essere profondamente intensa. Oggi ci concentriamo sulle doti che in pochi anni l’hanno resa un vero punto di riferimento nel suo settore: la consulenza d’immagine. Le ho fatto alcune domande per dissipare i dubbi relativi ad una professione che si porta dietro tanti inutili retaggi del tipo “ma lo so io con quale abbigliamento sto meglio, non devi certo dirmelo tu” oppure “ma che ci faccio con una consulente d’immagine, quello che conta è la sostanza” o meglio ancora “chi saresti tu per dirmi che la minigonna in ufficio non si deve portare? Dovrei mettere la tunica da suora? È contro la libertà delle donne”... lei è Ilaria Marocco.

Prima di dirmi esattamente che lavoro fai, Ilaria, devo farti una domanda che mette subito i puntini sulle “i”: La consulenza d’immagine che c’entra con la bellezza?

Niente. Ti sembrerà strana la mia risposta ma è cosi.

Il consulente d’immagine, per come lo intendo io, è un professionista che accompagna le persone in un percorso che ha come obiettivo quello di tirare fuori (anche a forza se necessario) la versione migliore di te. 

Da una consulente d’immagine ancora oggi ci si aspettano discorsi incentrati esclusivamente sul miglioramento  dell’aspetto estetico, di quali siano i modelli e linee valorizzanti, di quali accessori utilizzare o quali colori scegliere per esaltare il proprio incarnato. E fin qui tutto vero. Ma le analisi tecniche sono solo il 50% del lavoro di una consulente professionale. La verità è che così come una nave ha bisogno di una meta precisa per programmare la sua rotta, una persona ha bisogno di sapere chi è e cosa vuole trasmettere per veicolarsi nella sua versione migliore. Attenzione che “essere la migliore versione di te stessa” non vuol dire essere “perfetta”.. ma questa è una credenza comune soprattutto nella mentalità italiana che, in questo ambito, avrebbe bisogno di un gran salto culturale. Noi, popolo di esteti, siamo talmente legati al concetto del “bello” che non ci rendiamo conto che non è un dato oggettivo ed è soggetto ad infinite variabili. Questa ricerca della bellezza e della perfezione porta molto spesso ad una frustrazione profonda. Quello che alcuni potrebbero considerare brutto o che magari vorrebbero modificare per altri è bellissimo ed è da valorizzare. La vera bellezza, in realtà, sta nel guardarsi allo specchio e amarne il riflesso in maniera incondizionata ponendo il focus su cosa abbiamo di buono. Il vero regalo che ci si puoi fare è imparare a trasformare le proprie unicità e particolarità nei nostri più grandi punti di forza. E’ proprio dalle personali diversità che nasce la vera bellezza: unica ed ineguagliabile.

Beh, come punto di vista non è male e offre uno sprone propositivo anche alle donne che non si sentono (e sottolineo sentono) belle. Ok, ora raccontaci, tu che lavoro fai?

Sono Ilaria Marocco, esperta nella gestione dell’Immagine Pubblica.
Ho integrato i miei studi Universitari In Scienze della Moda con un Master in Comunicazione per fondere le 2 discipline e occuparmi del valore comunicativo dell’abbigliamento in particolare in ambito corporate. 
Da anni  lavoro e collaboro come Image Expert con importanti realtà private e aziendali supportandole nella creazione di un’immagine efficace e solida  che veicoli il proprio valore attraverso  la ricerca di un abbigliamento valorizzante e che sia in grado di trasferire il messaggio voluto all’ interlocutore.
Dopo anni di esperienza sul capo come Image Consultant, nel 2019 ho fondato, con la mia socia Isabella Ratti, l’Accademia per la Consulenza d’Immagine di cui sono anche docente.
E sempre dal 2019 ricopro la carica di tesoriere e segretario del capitolo italiano di AICI, l’Associazione Internazionale delle Consulenti d’Immagine.

Per riprendere ciò che ti dicevo prima credo fortemente che una persona che ama il suo riflesso alla specchio, sia una persona più felice. Una persona più felice raggiunge più velocemente i suoi obiettivi. Mi piace dare, nel mio piccolo, il mio contributo alla loro felicità utilizzando gli strumenti della consulenza d’immagine.

Chi si cura tanto/troppo della sua immagine esteriore è da sempre portatore sano di una serie di retaggi che conducono alla frivolezza. Come se la cura di se stessi escludesse i contenuti. Come mai secondo te?

Mi trovo spesso a parlare di questo binomio tra cura di sé e frivolezza. Credo che la vita sia fatta di priorità e sicuramente di questa piramide “la cura di sé“ non può  esserne il vertice.  Molto spesso viene confusa con l’essere “modaiolo” o “ too much” per utilizzare termini moderni.
Sottovalutare o considerare poco importante “la cura di se stessi” rischia di ostacolare (e anche un bel po’) il raggiungimento dei nostri obiettivi.
Mi spiego meglio. Il nostro look influisce in maniera determinante sulla percezione di noi stessi e su quella di chi abbiamo davanti, soprattutto se si tratta di un primo incontro. 

Un abbigliamento curato nel dettaglio e  che parla realmente di te fa in modo che l’immagine esterna coincida con il tuo valore interno. Considerato che prima di conoscere una persona noi la vediamo, per risultare impattanti e veri è importantissimo che le due immagini coincidano. Il compito del consulente d’immagine è quello di individuare il messaggio che si vuole trasmettere all’esterno e renderlo concreto attraverso l’utilizzo dell’abbigliamento che in questo modo diventa “comunicativo”. Come  elemento della comunicazione non verbale, l’abbigliamento interconnette la parte più profonda di noi stessi con chi abbiamo davanti, inviando velocemente dei messaggi. Acconciature, modelli, tagli, tessuti, colori, accessori, il modo di portare la borsa…ogni elemento ha un suo preciso significato che la mente inconsciamente decodifica velocemente. Il consulente d’immagine ti aiuta proprio a decodificarli e ad utilizzarli nella maniera più funzionale ai tuoi obiettivi. Un look trasandato comunica di te confusione e poca capacità nella cura del dettaglio e nell’organizzazione. Al contrario un abbigliamento curato darà di te la sensazione di essere una persona attenta, competente, sicura e con la situazione sotto controllo. Attenzione perchè queste decodifiche avvengono immediatamente nel nostro interlocutore! Tutto questo mi pare molto lontano dal mondo della frivolezza intesa come superficialità! L’immagine non è mera superficie ma è un filtro attraverso il quale passa la nostra essenza ed imparare ad usarla per mostrare i nostri lati migliori è fondamentale.

Mi racconti un mito da sfatare sul tuo lavoro? 

Alcune persone pensano che i servizi offerti da un consulente d’immagine siano elitari, riservati ad una nicchia di persone altospendenti. Questo non è totalmente vero.
Naturalmente non stiamo parlando di un bene di prima necessità, mi sembra ovvio e ammetto di non essere neanche una consulente a buon mercato.
Allo stesso tempo credo che sia sbagliato considerare la consulenza d’immagine come un “costo”. Ritengo più appropriato parlare di investimento. Quando si investe sul miglioramento della propria persona si ha sempre un ritorno che il più delle volte è maggiore rispetto all'investimento iniziale.
Inoltre non molti sanno che la consulenza d’immagine si fa una sola volta nella vita. Quindi è bene rivolgersi sempre ad un professionista serio, autorevole e in costante formazione e aggiornamento  per non rischiare di doverla ripetere e quindi spendere ulteriori soldi.  
Come dice il detto “chi più spende meno spende”.

Per altro, posso dedurre da profana, sia un investimento sul medio e lungo termine che per altro ti farà risparmiare tutti i soldi spesi in acquisti inutili che muoiono nell’armadio ancora etichettati sotto l’insegna “prima o poi lo metterò”! 
Quali sono le situazioni in cui, secondo la tua esperienza, il tuo intervento si rende maggiormente necessario?

Sono un'esperta di Dress Code in particolare Business Dress Code e credo profondamente che la propria immagine abbia il potere di riflette ciò che sei in grado di fare.
Si arriva sempre nel lavoro ad una parità: di competenze, di conoscenze e abilità. Cosa può farci emergere rispetto a chi ci circonda? E se fosse anche il nostro abbigliamento? 
Poter supportare e aiutare le persone che non riescono ad emergere, rendendo concreto e visibile il loro valore e le loro competenze è per me sempre un grande onore. Le competenze di un Business Dress Coder possono dare voce all’immagine interiore di una persona.

Cos’è il dress code? È realmente un aspetto da tenere in considerazione?

Se ne parla molto, è una parola di gran moda, molti lo seguono senza saperlo, eppure è importante conoscerne i retroscena ed il significato, per capirlo e saperlo correttamente interpretare ed applicare. Dress Code ossia due parole da analizzare: la prima riguarda gli indumenti la seconda la regola. 
Niente di più facile che ricavarne una definizione: il Dress Code consiste in un corpo di regole scritte, ma anche non, che descrivono l’abbigliamento richiesto in una determinata situazione. 

Ogni stile personale a seconda delle occasioni si declina in un determinato Dress Code. L’abbigliamento è un elemento fondamentale nella comunicazione e il Dress Code detta i principi a cui attenersi per far sì che ciò che l’abito comunica non sia in netto contrasto con il tipo di ambiente in cui questa comunicazione avviene. Per quanto tu possa definirti un individuo libero e creativo, dubito che ti presenteresti ad una riunione in pigiama, o al supermercato in costume oppure a fare un pic nic con un tacco 12 o un mocassino in pelle. L’abito è un biglietto da visita e arriva all’interlocutore prima che tu possa proferire parola, pertanto se ti presenti in un posto con un abbigliamento fortemente dissonante rispetto agli elementi di quell’ambiente comunicherai una sola cosa: di essere nel posto sbagliato.. o di aver sbagliato tu! Quello che accomuna queste due possibilità è che c’è un errore importante che ti allontana alla velocità della luce dalla possibilità di raggiungere il tuo obiettivo, a meno che non sia quello di far scappare tutti i presenti.

Il Dress Code aggrega una serie di regole che a volte possono essere delle vere e proprie convenzioni. È un po’ il risultato di fenomeni sociali, tanto che cambia in funzione delle regole e dei paese di riferimento. Ogni persona costruisce la propria immagine a seconda della cultura di appartenenza perché quell’immagine definisce la rappresentazione di sé. Il modo in cui ci rappresentiamo viene veicolato dal nostro stile ma sicuramente risponde a qualcosa di più ampio e socialmente riconosciuto.

Se dovessi generalizzare e indicare delle regole valide per tutti (anche se sappiamo che ogni persona ha alcuni aspetti che la valorizzano rispetto ad altri e quindi non si può fare un ragionamento generale) quali sarebbero? Diciamo 3 cose da tenere d’occhio nella vita di tutti giorni e che nel loro piccolo possono fare la differenza.

Esistono dei principi base del saper vestire che valgono sempre e per tutti.
La prima: l’utilizzo del buon senso. Ecco, più che l’età anagrafica, ciò che regola il saper vestire è il buon senso delle persone. Imparare a guardarsi allo specchio e valutare oggettivamente il suo riflesso.
Altra cosa: saper portare l’abito. C’è una frase che ripeto sempre “Non ci sentiremo mai a nostro agio nei panni di un’altra persona” quindi rispettare il proprio stile è necessario per far percepire la coerenza di chi siamo in ciò che mostriamo.  Rispettare il proprio stile ci renderà più veri e autorevoli nei confronti del nostro interlocutore.
Ultima, ma di certo non per importanza: sii memorabile e unico. Trova il tuo tratto distintivo nell’abbigliamento, nei colori o meglio ancora in una tua caratteristica fisica. Tutti noi abbiamo delle unicità che ci rendono diversi da chiunque altro! Molto spesso queste vengono sottovalutate proprio da noi stessi o addirittura percepite come difetti. Una caratteristica fisica può diventare invece il tuo tratto distintivo in grado di farti ricordate ed apprezzare ed io e le mie spalle larghe ne siamo un esempio.

Qual’è la cosa, ammesso esista, che ti crea maggiormente disagio quando fai una consulenza? 

Si una cosa c’è ed è l’unica che mi crea disagio. Vengo contattata spesso da amici, compagni, mariti che desiderano regalare una consulenza ad una donna speciale della loro vita. La consulenza d’immagine è un percorso molto personale che va scelto con convinzione dal diretto interessato perché comporta un propensione al cambiamento, una voglia di mettersi in gioco. Se imposto non funziona. Infatti ogni volta che vengo contattata per un regalo, contro ogni mio interesse, prima di far acquistare il servizio consiglio di appurare che il diretto interessato sia felice di questo regalo.

E poi, la domanda sembrerà banale ma è d’obbligo: Perché scegliere un consulente d’immagine o meglio un Business Dress Coder?

Perchè se l’essere umano non può non comunicare e l’abbigliamento è un elemento fondamentale della comunicazione non verbale, credo sia preferibile saper gestire tale comunicazione piuttosto che essere gestiti da essa...in fin dei conti, prima di uscire di casa siamo obbligati a vestirci. Il saperlo fare nel modo giusto equivale a velocizzare e facilitare senza dubbio il raggiungimento dei propri obiettivi in quanto il nostro interlocutore capta e ritrova nella nostra immagine ciò che diciamo.

A questo punto arriva il mio momento preferito, quello in cui chiedo al mio intervistato il suo Che poi diciamocelo. Sai che parliamo di modo di dire, di un “giù la maschera”, di un “diciamoci la verità”, diciamoci quello che pensiamo. Un leit motiv, un motto, un modo di dire, un mantra. Qual’è il personalissimo “Che poi diciamocelo” di Ilaria Marocco ?

Che poi diciamocelo: il proverbio “ L’abito non fa il monaco” è un po’ una cavolata.
Spesso utilizzato per combattere la supremazia dell’apparenza contro la profondità e l’esattezza della conoscenza,  ed è la frase che si utilizza quando ci si sbaglia gravemente su una persona e si formula su di essa un’ipotesi molto distante dalla realtà. Oggi, alla luce degli studi sul potere della comunicazione non verbale dell’abbigliamento si ha piena consapevolezza del fatto che magari nell’abito non c’è davvero il monaco, ma chi lo indossa vuole dire all’altro che è un monaco. In questo modo il monaco in questione comunica comunque un aspetto della propria personalità. L’abito è un modo molto diretto per dire al tuo interlocutore chi sei o chi vuoi sembrare in quel momento. E va da sé che se ho l’ambizione di voler sembrare qualcosa è perché quel qualcosa è nei miei desideri, nei miei progetti, nelle mie ambizioni, quindi fa parte di me e mi rappresenta seppure al momento in minima parte.  

Questo è il motivo per cui da anni ripeto  che la moda è uno strumento che tutte le persone dovrebbero imparare a gestire per comunicare la propria essenza che è fatta di molteplici cose: praticità, sogno, progetto, emozioni, titubanze.

Grazie Ilaria!

 

 



I commenti dei nostri lettori

Baluba a Annalisa Tortora.

1 mese fa

la ringrazio per aver risposto al mio commento e per aver compreso che la critica alle sue interviste era fatta a fin di bene. Le auguro buona salute, tante soddisfazioni e tanta fortuna.

Annalisa Tortora

1 mese fa

Salve sig Baluba, grazie per l’apprezzamento iniziale e anche per la parte più critica. Il confronto è un elemento interessante. Circa la lunghezza dei pezzi posso solo dirle che ci sto lavorando e riconosco quello che mi segnala. Ma nelle interviste non gradisco tagliare e riportare solo dei pezzi. Cerco di essere più fedele possibile e se proprio devo tagliare pubblico l’intervista originale in video come ho fatto con Matteo Maserati. “Che poi diciamocelo” è la mia rubrica, e sarà vanitoso e magari un filo autoreferenziale ma tant’è.. è un mio modo di dire ed è il fil Rouge con cui tratto i temi che tratto e dunque è completamente contestualizzato e lo spiego a tutti gli intervistati così come a tutti i lettori traduco questa frase in affermazioni di specificazione (e da come scrive probabilmente lo sa). Non credo di aver compreso pienamente l’aspetto critico su questo tema però. Nè il nesso con la confidenzialitá con la preparazione delle risposte. Posso assicurarle che le interviste di “Che poi diciamocelo” non hanno ricevuto modifiche nè correzioni dagli intervistati che il più delle volte conoscevano solo l’ultima delle domande che avrei proposto, proprio perché è un modo di dire mio, ed era forse l’unico dove dovevano realmente ragionarci su. Si figuri che ho intervistato Andrea Libero Gherpelli (attore ed agricoltore custode) mentre era serenamente rilassato in spiaggia ed io ero nel mio studio. E con la signora Marocco, le garantisco, ho bevuto più di qualche caffè e non da oggi ma non sono convinta che la percezione di confidenza superficiale in questo caso sia un disvalore. Anzi. La ringrazio

Un qualsiasi baluba spoletino.

1 mese fa

Non per criticare il contenuto dell'intervista che ritengo sia ben fatta, ma se questa (come le altre) fosse stata un pochino più concisa è quasi certo che avrebbe incontrato l'interesse di un maggior numero di lettori. E con ogni probabilità alcuni di essi l'avrebbero letta fino alla fine. Altra considerazione da fare è l'impronta troppo confidenziale con cui chi si firma vuole distinguersi . Si, perché quel "Che poi diciamocelo" non è un modo di dire in uso dappertutto, e a qualcuno potrebbe apparirgli un po' vanitoso e fuori contesto! Infatti,la persona intervistata sa benissimo che le sue risposte prima o poi saranno pubblicate su qualche giornale o su qualche rivista. Quindi, se non è nuovo a queste tipo di esperienze, è premunito. E sa benissimo che non può rilasciare delle dichiarazioni troppo confidenziali o compromettenti. Dichiarazioni che lesinerebbe a chiunque, compreso qualche suo familiare, qualche suo amico, o qualche altra persona a lui cara di cui nutre piena fiducia. Ed è quasi certo che in quel momento è perfettamente conscia di quello che l'intervistatore gli vuole chiedere e di ciò che egli intende rispondere! Infatti, non è raro che gli intervistati, prima di esporsi ad un'intervista, vogliono conoscere anticipatamente le domande che gli verranno fatte. Per poter riflettere e preparare minuziosamente le risposte. E non è raro, prima che l'intervista viene pubblicata, che vogliono rileggerla più volte per assicurarsi che le loro risposte siano inerenti alle loro intenzioni. Ed eventualmente anche per poterle adattare a dei possibili ripensamenti. A meno che non siano degli sprovveduti confrontati con le prime armi! Morale della favola: Tranne qualche caffè bevuto assieme, tra l'intervistato e l'intervistatore, di confidenziale non c'è nulla! Quindi "Che poi diciamocelo" in qualche contesto è inopportuno!

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