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La stanza di Matilde Tortora, 10 Luglio 2008 alle 15:30:06

Due eccezionali monologhi al Festival dei due Mondi 2008

Franca Valeri e Michel Aumont [Fotogallery]


Matilde Tortora

Quel guazzabuglio del cuore umano portato in scena da Franca Valeri nel suo Carnet de Notes 2008  prima assoluta, e unico spettacolo, al Teatro Nuovo l’8 luglio, da questa



eccezionale Donna di grande intelligenza lombarda, erede per molti versi di Don Lisander Manzoni, ci ha reso ancora più certi che, non c’è dubbio, da molti decenni, anch’Ella, come accadeva a Don Alessandro, al mattino trova già assisi al tavolo del suo scrittoio i tanti personaggi, di cui Ella ascolta le voci, e di cui ci dona voci-ritratti, indimenticabili, che impazienti l’attendono, affinché Lei li renda a noi tutti visibili e indimenticabili.



 



Chi mai altrimenti avrebbe dato voce - vita alla portinaia di Tosca ( da Lei creata e portata in scena con un’ altrettanto superba Adriana Asti nel bellissimo Tosca e le altre di qualche anno fa, chi se non Lei avrebbe portato in scena la Signorina snob o la Signora Cecioni, e tanti altri personaggi, da quel lontano inizio negli anni Cinquanta fino ad oggi, fino appunto a questo spettacolo che al Teatro Nuovo di Spoleto le ha visto triburare una standing ovation, per una perfomance di rara bellezza.


La “lavoratrice del monologo” come Ella stessa si definisce,  l’altra sera ha portato in scena pezzi noti e altri nuovi, scegliendo il contraltare di musica, con una pianista e tre cantanti lirici, che hanno punteggiato con grazia e con arie d’opere (scelte anch’esse dalla Valeri con ironia e sapienza), il suo bellissimo molteplice monologo.


Modernissimo e pure con una valenza da archetipi universali, Michel Aumont al Teatro Caio Melisso, il 9 e 10 luglio in A la porte, è stato l’interprete geniale di un monologo tratto dal romanzo Gallimard di Vincent Delecroix, sul tema di quel che un altro grande vecchio, il poeta Vincenzo Cardarelli chiamò “i ricordi / queste ombre troppo lunghe del nostro breve corpo”.


Questo grandissimo attore ha reso con un’ interpretazione eccezionale  (e pure da grande teatro classico) quel che per tutti noi Shakespeare definì “le offese del tempo”, il declino del corpo che invecchia mentre pure la mente è vivissima, questo grande motore di ricordi, di raziocinio, di elaborazioni che certo non cessano di esercitarsi, pur se il passo diviene malfermo, pur se l’unica cosa che la giovane infermiera magari riesce a notare di noi, inermi, nudi sotto la doccia in un luogo dove dovrebbero guarirci e invece “ ci cacciano ancor più nel fondo della malattia”, sono solo” le mani, ancora belle, lunghe, ben curate”.


Quel che il grande attore inscrive nel suo monologo, come se lo scolpisse nel bronzo, è un’acuta, feroce, dolente, analisi dell’oggi e della mancanza di solidarietà, che tutti “ci caccia fuori, innanzi tutto, dalla porta di noi stessi”.


A che vale, all’anziano protagonista, essere stato professore di filosofia, a che gli vale scrivere libri di filosofia, che pochissimi leggeranno, forse li leggeranno solo i giovani dottorini che “hanno già pronto il pezzo scritto per la sua dipartita, che certo non non tarderà”?


Splendida poi la sua peregrinazione per una Parigi, essendosi maldestramente chiusasi la porta alle sue spalle, di domenica, all’ora del pranzo, che lo conduce in un negozio di cellulari (isola algida, del tutto afona, pur essendo il tempio moderno della comunicazione), a rintanarsi in angoli metropolitani orridi per desertificazione seppure densamente abitati, orridi per sordità e per chiusure di PORTE, fino ad un finale dolente eppure bellissimo.


 



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