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La stanza di Matilde Tortora, 11 Luglio 2008 alle 13:06:08

Fummo dei pesci cui gli Dei hanno dato in dote le corde vocali

'A sciaveca al Festival dei due Mondi di Spoleto un poema di un Omero flegreo che si chiama Mimmo Borrelli [Video]


Matilde Tortora


http://www.youtube.com/watch?v=X8_wwPeIUek

Fu Pirandello che rimarcò la nostra origine acquatica, l’essere noi stati dei pesci che, con l’acquisizione ulteriore delle corde vocali, divenimmo uomini: lo extra-ordinario testo A’ sciaveca di Mimmo Borrelli, in versi in lingua flegrea,
andato in scena al S. Simone il 10/11 luglio nell’ambito del Festival dei due Mondi a Spoleto, regia di Davide Iodice, ce ne ha reso compiutamente certi, dandoci nel contempo uno dei più momenti più alti della drammaturgia contemporanea.

 



Pietre pendono dal soffitto, il cielo stesso è punteggiato di selci che gravano come un verdetto da ciclope inesorabile per e sugli attori, come pure il litorale petroso che diviene emblema della terra tutta, col mare interpretato dallo stesso Mimmo Borrelli, a raccontare la tragica, epica vicenda di un’orfanezza che ci riguarda tutti, nessuno escluso, essendo l’umanità il contenuto anch’essa di quello che la sciaveca ( la rete da strascico), trae dal mare: una mistura di fango, lordura, pesci, suoni.


I più significativi, i più belli uditi in questi anni, compresi quelli emessi dalla giovane donna (l’attrice Floriana Cangiano) che interpreta un’indimenticabile sirena da cannibalizzare, che emette quel che davvero dovettero essere i suoni di una donna-sirena: quel che fu l’indimenticabile pesce-giovanetta che già Curzio Malaparte nel secondo dopoguerra introdusse in quel terribile, ambiguo pasto imbandito a un certo momento nel suo romanzo La pelle, questo carnale e sublime A’ sciaveca riesce davvero a dirci, tutti bravissimi gli attori,  lo stato di orfanezza e il cannibalismo che è la cifra dell’oggi, narrando una paternità dall’oltretomba, una figlia estorta con un duplice stupro (come non pensare ad altri orrori recenti!, come non pensare a battaglie recenti!).


Il battito del nostro cuore risuona dei versi in dialetto flegreo, perfino il mare parla la lingua che fu di Basile e del suo Cunto de’ li cunti, solo il fratello prete parla italiano (e qualche volta il donabbondesco latino), col suo sudario di lussuria e blasfemia, un pretino motore di dolore che fa tornare alla mente Il Piccolo Santo del drammaturgo e scrittore napoletano e internazionale Roberto Bracco di cui, a cent’anni di distanza, Mimmo Borrelli, a nostro avviso, ha preso il testimonio.


Era dai tempi in cui proprio qui a Spoleto al Festival diversi anni fa ebbi modo di vedere Le prove per In exitu di Giovanni Testori, di lui in platea, che dava la corda del timone della grande meravigliosa barca del suo testo in dialetto lombardo, che non mi accadeva di assistere a un’opera di tale verità e bellezza.


Ciascun personaggio è connotato anche da un soprannome in dialetto, il pretino ad esempio “scummetiello” dalla schiumosa saliva che da bambino, a causa delle crisi d’asma, gli lordava la bocca, e tutti “una spasella di malapatenza”, appunto pesci anche noi, in questa spasella (contenitore) di arcaica madre, la sirena Partenope, che, con autori e testi e messe in scene siffatte, ancora oggi si conferma la regina del teatro contemporaneo.


“O’ mar cagne pè’ filtrà tutt’ e’ zuzzarie” e pure al termine della tragedia, il mare s’infuria, quasi si capovolge: come non pensare che pure gli antichi davano, nel costruirle, al fondo delle barche, la struttura di un tetto: questo poema di Mimmo Borrelli, questo poema epico che dice molto delle nostre battaglie, pure affida alla grandezza e bellezza del dialetto arcaico flegreo delle note di resurrezione: basti per tutte citare quella meravigliosa parola, nel finale, annarià, termine secentesco, parola che vuol dire il desiderio di metterci all’aria, di sostanziarci di aria come fossimo panni stesi ad asciugare, ad asciugarci della nostra terribilità.


Plauso immenso a lui, quale pure il pubblico rapito e incantato ha tributato e plauso immenso a Giorgio Ferrara, Direttore del Festival, che tanto sapientemente, ha fatto vedere a Spoleto lo spettacolo di questo geniale giovane drammaturgo.


 


 


 



 



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