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Spoleto - Le soffitte di SOL, 01 Luglio 2011 alle 15:20:44

'Perché Menotti ha scelto Spoleto'. Simbolismo e massoneria si fondono nella leggenda

Torna, dopo anni di silenzio, l'opinionista Teodelapio, che interviene con un'interessante teoria [Commenti]


Teodelapio

E' bello scoprire che viene riproposto il libro a suo tempo scritto dall'ex sindaco di Spoleto Gianni Toscano con Sandro Morichelli e che traccia, con lo sguardo di allora, il percorso dei primi trent'anni del Festival dei Due Mondi.
Menotti, per gli spoletini divenuto nel tempo "il Duca", ha più volte risposto alla domanda sul perché della scelta di Spoleto, in maniera diversa, alimentando così una


sorta di mistero e senza mai per questo comunque contraddire la giustezza e la sua stessa sincerità per ogni tipo di risposta data.
Eppure, se badate bene, ci sono tutta una serie di denominatori comuni in tutte le sue risposte. Segni che, presi singolarmente, non formano un disegno preciso ma che, messi insieme ed uniti a tutta una serie di altri segni, finiscono con il delineare un pensiero preciso e direi anche molto nobile che ha fatto sì che Spoleto, invece di altre città, divenisse la sede del Festival dei Due Mondi.
Che cosa ha più volte ribadito Menotti: che lui era alla ricerca di un luogo dove si potesse dimostrare e rendere palpabile il "ruolo sociale" dell'artista; un luogo dove il concetto di espressione artistica fosse improntato alla libertà, e dove i meccanismi commerciali e/o burocratici non finissero con l'essere di intralcio a tale e tanta espressività.
Ma questo non svela veramente perché Spoleto... anzi, a mio modesto avviso contribuisce a "mischiare ulteriormente le carte", senza comunque andare contro quel che egli stesso ha dichiarato.
Si potrà dire... che a Spoleto c'erano comunque, di fatto, più teatri... e lui già pensava ad una sorta di contestuale insieme di "corali" rappresentazioni. Che passeggiando per i suoi vicoli fu colpito dal silenzio dei luoghi (fu lui a pretendere, tra le più feroci proteste, che fosse chiuso il centro storico al traffico di auto e motorette facendo di Spoleto forse la prima città a traffico limitato). Che sempre a Spoleto già si svolgeva un'importante appuntamento come la Stagione Lirica Sperimentale, e che l'avvocato Adriano Belli ci mise molta della sua autorevole influenza. E che Menotti seppe leggere i segni di quella "blasonata" storia che sta nell'humus della Spoletium e della Spo-litos.
Ma in fin dei conti, in quante altre località dell'Italia avrebbe potuto trovare, più o meno, in quella seconda metà degli anni Cinquanta, situazioni similari? Solo nel Centro Italia almeno una ventina... e forse anche con disponibilità ricettive, economiche e "recettive" ben più interessanti. E poi non dimentichiamoci un particolare: Menotti è Italiano, nato e cresciuto fino alla prima adolescenza tra Cadegliano, in provincia di Varese, e Milano. Perché non fare il Festival proprio lì, nella sua terra natale?
Ma lasciamo per un attimo da una parte Spoleto e le sue caratteristiche e andiamo invece al Festival.
Cosa significa "dei Due Mondi"? Perché chiamarlo in questo modo? Mica si vorrà così semplicemente bere la storiella dei due tipi di mondi posti ai due estremi dell'oceano! Come se i Continenti europeo ed americano fossero i soli a poter decretare una visione artistico-culturale di confronto e d'espressione. Già per certi versi si avvicina un poco la tesi del Vecchio e del Nuovo mondo, ma solo se inteso come considerazione di quanto del "vecchio" può essere utile e di sprone a quello "nuovo". D'altronde, sempre Menotti ha fatto dichiarazioni rispetto alla tradizione e alla innovazione, non a caso anche richiamandosi pubblicamente a grandi personaggi che non sempre gli furono artisticamente e caratterialmente congeniali o solidali. Forse, la risposta sta in quel "ruolo sociale dell'artista", che tanto può portarci a collegare la dualità dell'essere umano a cavallo tra la sua essenza più terrena e materiale e quella più ancestrale e spirituale. Perché altrimenti richiamarsi sempre ed incessantemente al concetto di libertà e di libertà espressiva? E pertanto, questi "Due Mondi", essenza dell'essere umano, l'uno materiale, corporeo, palpabile, visibile e l'altro spirituale, etereo, percepibile, invisibile... sono strettamente connessi e collegati tra di loro, anche se l'uno tanto utile e tanto diverso allo stesso tempo dall'altro. L'uomo è sempre materia e spirito, spirito e materia, e l'affannosa ricerca di questo suo equilibrio sia esteriore che interiore è per tanti versi la chiave di volta della sua libertà per la sua libertà, libertà materiale e spirituale.
Nell'introduzione al libro-intervista che lo scrittore inglese John Gruen ha realizzato a cavallo tra il 1977 ed il 1978 proprio con Gian Carlo Menotti (e in quell'anno pubblicato - in Italia - dalla Eri), viene simbolicamente riportata una frase molto illuminante dello stesso Menotti che testualmente dice: "La verità non è altro che la ricerca della verità."
Ma a quale verità egli allude? E' la verità che ognuno di noi, più o meno inconsapevolmente, cerca nella vita. Quella verità che inesorabilmente e che inevitabilmente ci mette di fronte al dilemma di che cosa è la vita e di che cosa è la morte e, quindi... di che cosa è il vero... di dove sta e cosa è la verità. Certo, l'uomo che non è libero, libero nel senso più evoluto ed evolutivo del termine, non può neanche lontanamente tentare di percepire l'esistenza di questa dualità, di "Due Mondi" che stanno dentro e fuori ad ogni essere umano, qualsiasi esso sia. Il Festival dei Due Mondi (ho sempre meno dubbi), vuole proprio dire e significare tutto questo. E' nero e bianco, è luce e buio, è in e out, è senso e controsenso, microcosmo e macrocosmo, gioia e tristezza, lacrima e riso, forza e debolezza, conoscenza ed ignoranza... Consapevoli che anche il contrario negativo non può non essere che fenomenologia di un verso positivo.
A ulteriore supporto di questi tesi, guardate quali sono i simboli del Festival dei Due Mondi: "il sole e la luna". E, come se non bastasse, basterebbe solo scorrere i poster ufficiali della manifestazione stessa... di quelli almeno realizzati da grandissimi artisti fino alla fine degli anni '80, per comprendere che di questa dualità ci parlano... come fossero luci che ci indicano una strada.
Non a caso Menotti cita più volte e parla poi delle diverse connotazioni politiche, cui il Festival è in qualche modo sempre riuscito (almeno finché c'è stato lui) ad essere indenne. C'è alla base una visione che considera la politica, quella vera, la "polis", non come una coercizione ma come una risorsa per l'essere umano al di là del suo personale pensiero e del suo personale tornaconto. Menotti, non a caso, ha sempre messo l'arte al centro delle cose, viaggiando molto più in alto delle piccole beghe di partito e di piccolo pensiero.
Ma per capire, forse, il collegamento con tutto ciò e quindi con quella che fu la scelta di Spoleto, non si può non andare alle opere, soprattutto quelle liriche, quelle teatrali, che Menotti ha scritto. Mettiamo da una parte "L'Amelia al ballo", non a caso definita dall'autore stesso un'opera buffa e che quindi, come tale, si rifaceva più che altro alla tradizione dell'Opera lirica italiana e che, non per nulla, è comunque la sua prima grande composizione e quindi opera di gioventù, di artista compositore non ancora nel pieno delle proprie potenzialità. Se percorriamo però tutto il successivo tragitto compositivo di Menotti, da "La medium" in avanti, ci accorgiamo che i temi sempre trattati sono quelli del vero e del falso, anche della fede e del non avere fede. Tutto si correla intorno a chi è e che cosa è l'uomo, a cosa fa per se stesso e per gli altri e a come lo fa.
C'è sempre la lotta con il potere (la politica???), la ricerca con la religione (la Chiesa???). Insomma, per farla breve, lui parla di emancipazione umana, di progresso, pur nella tradizione, pur senza dimenticare chi siamo e da dove veniamo, perché si rende conto benissimo, e lo sottolinea, che senza l'esperienza della conoscenza del passato non può esserci miglioramento nel e per il futuro. Nell'arte per prima, quale battistrada di vita quotidiana. E' tanto tradizionalista da poter musicalmente essere associato a certa continuità pucciniana, così come tanto è modernista nel buttare il cuore avanti con il recitar-cantando, molto inviso a certa critica. E guarda un po'... ancora quanta dualità!
La sua vita, in pratica, prima come compositore e poi come organizzatore, è stata spesa nella ricerca della e delle verità umane. E' scritto nei testi delle sue opere e delle sue composizioni, sta nelle modalità con cui ha dato vita al Festival , più per gli altri che per se stesso e, guarda caso, se andiamo a leggere tutta la storia di Spoleto, lo ha fatto proprio là, dove la storia aveva lasciato i segni più tipicamente contraddittori della vittoria e della sconfitta, della gloria e della ignavia.
Poi, ad un certo punto, decide e tanto fa che "porta" il Festival in America. Dirà lui. tranquillizzando gli spoletini, che si tratta non di uno spostamento ma di un implemento, di uno sviluppo e magari di un osmosi.
E dove porta lo "Spoleto Festival USA"? A Charleston, una cittadina del sud della Carolina che sta vivendo una forte decadenza pur avendo alle proprie spalle una grande storia molto contraddittoria, ma che è anche la città conosciuta in tutto il mondo per essere il luogo dove, nel 1801, è stato fondato il primo Gran Consiglio del Rito scozzese Antico ed Accettato. In pratica, in un territorio altamente conservatore, dove veniva regolarmente applicata da tempo la schiavitù degli uomini e delle donne di colore, si dava vita alla moderna massoneria che scriveva nei propri statuti di essere aperta "agli uomini, di ogni nazionalità, di ogni razza, di ogni credenza".
E adesso possiamo tornare a Spoleto, ovviamente non scevri di tutto quanto fin qui osservato e considerato. Se sommiamo tutto quanto, diviene forse più facile intuire, perché in fondo di un'intuizione si tratta e come tale non vuol dare per assunto e indiscutibile quanto si va ad asserire... dicevo, se sommiamo tutto, intrecciando una serie di logiche, non possiamo non notare nella origine greca del nome della città di Spoleto un elemento molto importante per il simbolismo massonico proprio del Rito Scozzese Antico ed Accettato.
"Spo-litos" , dal greco, significa "pietra staccata". Questo nome gli viene dal fatto che il colle sul quale noi oggi vediamo troneggiare la rocca albornoziana e là dove l'antico primo insediamento urbano si era costituito, nella sua connotazione morfologica rispetto al più alto e dominante monte a lato e posto ad est (il Monteluco), il ponte delle torri ovviamente ancora non c'era, somigliasse proprio ad una pietra staccatasi dal monte... da qui il nome della località "pietra-staccata", Spo-litos.
Ma la pietra staccata è anche la pietra che, nella simbologia massonica, non viene mai in ultimo apposta per la definitiva chiusura delle mura del tempio, a significato che c'è sempre e ancora da costruire. Come dire che non bisogna mai fermarsi pensando di essere giunti a un compimento e (ho sempre meno dubbi), così come usava dire l'Iniziato Menotti, "la verità non è altro che la ricerca della verità".
Ecco perché, secondo me, Menotti scelse Spoleto e perché successivamente scelse anche Charleston: perché così gli si presentava l'opportunità di dimostrare, a chi aveva la possibilità nel tempo di poter comprendere, che lui si muoveva secondo il solco più tradizionalista ma anche il più eticamente alto del dettato massonico. Credo che, a dimostrazione e a conforto ulteriore di tutto ciò, sarebbe interessante andare a rileggersi l'intenso carteggio intercorso tra Jean Cocteau e Menotti, il primo ormai da tutti risaputo come personalità tra le più importanti, se non la primaria, della massoneria internazionale fino al 1963, e successore quale Gran Priore del Gran Priorato di Sion, di Claude Debussy.
Attenzione: da non leggersi assolutamente questa possibile (ma quasi certa) appartenenza di Menotti alla massoneria, secondo gli stilemi di certe odierne picaresche e nostrane P4 o P2 di gelliana memoria, bensì come l'adesione ad una élite di intellighenzie e di intellettuali, intenta veramente e sinceramente alla "promozione" dell'uomo e alla crescita del suo intelletto.
Sarebbe bello, poi, che al di là delle adesioni e/o delle appartenenze, questo aspetto dell' antico significato del nome della città di Spoleto, quale connessione "simbolica" di un così nobile "movimento", fosse preso come punto di orgoglio a far sì che altrettanto intelletto sia di sprone, per il luogo e per gli esseri umani frequentatori del luogo, a migliore e più alta continuità.



TEODELAPIO


 


 



Commenti (7)

Commento scritto da Andrea Bartoli il 01 Luglio 2011 alle 15:56
Salve,

mi permetto di integrare l'interessante analisi di Teodolapio sulle ragioni che spinsero il M° a scegliere Spoleto negli anni 50. Ho avuto la grande fortuna di affiancarlo nel lavoro, anche in giro per il mondo, per quasi un decennio, pertanto durante viaggi o incontri con ospiti e artisti abbiamo più volte toccato questo argomento. Molte sono state già centrate da Teodolapio in questo scritto (teatri, anche da recuperare come il Caio Melisso, atmosfera, monumeti, ecc..), ma ce n'è una che è forse la principale sulle altre e che non ho mai nè letto nè sentito, che sfugge sempre a molti: Spoleto (o meglio l'allora sindaco Toscano) fu l'unica città che promise al M° l'istituzione dell'isola pedonale al centro storico, argomento che non aveva neanche toccato gli albori della materia, divenuta poi negli anni quasi una scienza. Il M° ebbe anche questa ulteriore virtù di vita .......



Una buona lettura a tutti.



Andrea Bartoli


Commento scritto da paladino il 02 Luglio 2011 alle 11:07
ho letto con piacere l'analisi di teodelapio, ma condividerla lo ritengo un po' azzardato! grazie comunque.


Commento scritto da lee primo il 02 Luglio 2011 alle 18:02
Secondo me interpretare come fosse acquisito

dalla dialettica e dal costume locale

il termine MASSONERIA,

è ammettere,finalmente,

da chi dipende la fine del Festival,

la fine di Spoleto,

la fine di quello che è rimasto di una grande cultura scic e

Popolare,

che Massonica non è mai stata.

Quando i Massoni,

quasi decaduti o falliti,

senz' arte ne parte,

si sono completamente appoggiati alla politica,

hanno creato i mostri che abbiamo davanti agli occhi,

un festival illustre gestito da non si sa chi,

dati sulla vendita dei biglietti completamente campata per aria,

un centro storico che in occasione del Festival si svuota e,

soprattutto,

una classe di politici infervorata dalla carica acquisita,

che si sentono come aventi diritto al titolo di "Massone"

come se fosse un vanto.

Il termine ed il vivere da "Boja de Villano"

ha molto più valore,

sia umano ,

che culturale.

Inutile nasconderlo insieme a se stessi,

dietro una supposta Massoneria,

che,

a gurdà quello che fanno

sa troppo di campagna,

quella campagna inquinata,

che non profuma di buono.





Commento scritto da Kim il 02 Luglio 2011 alle 21:40
La P4 con la Massoneria non centra Proprio nulla.

Il Priorato di Sion è veramente una pura invenzione.

L'intuizione che i Massoni siano dei "tradizionalisti progressivi" invece mi piace molto


Commento scritto da DUE MONDI il 03 Luglio 2011 alle 09:03
Gentilissimo Teodelapio, in relazione a questo suo interessantissimo articolo, volevo informarla che ci sarà al Festival dei Due Mondi, il 6 luglio, uno spettacolo dedicato al Maestro (Una vita per Due Mondi) nel quale viene colto il termine "Due Mondi" in assoluta sintonia con ciò che lei ha scritto... grazie della sua attenzione.



Commento scritto da nodo d'amore il 03 Luglio 2011 alle 16:09
mamma mia quante persone titolate a parlare di temi che si spera siano di loro conoscenza.....meglio comunque...


Commento scritto da un po' di ironia il 06 Agosto 2016 alle 15:02
I famosi Mondeluco e Mondepincio. Era Talegalli, forse?


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