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Punti di Vista, 05 Luglio 2014 alle 13:39:23

'Danza Macabra', un'opera a metà: tradito Strindberg

[Commenti]


Alfonso Marchese

Capace di tutto. Persino di far muovere una mosca sui trampoli. Luca Ronconi è un marchio Doc del teatro. La riconosciuta genialità non lo esime, come tutti gli umani, da qualche riserva critica. Certo, il nome intimidisce. E si preferirebbe evitarne l'impatto. Non perché il maestro possa


prendersela a male. Solo per paura riverenziale. Di qui l'azzardo di un quesito: perché realizzare un'opera a metà? "Danza macabra" è divisa in due parti. E a giudicare dal tascabile di Einaudi (cento pagine) non sembra proprio che la durata della piéce sia di tre ore. Ma chi siamo noi per mettere in dubbio il verbo del maestro? Se il tempo è uno e trino, basta la sua parola. Quesito risolto? Manco per niente. I dilemmi sono spesso come le ciliegie: una ne chiama un'altra. Ecco il secondo: perché non realizzare l'intera opera a dispetto della durata? Si rispetterebbe l'autore. E soprattutto la storia di una rancorosa vita coniugale. Che non ha un finale da soap opera: l'improbabile tenerezza che erompe all'improvviso tra due vecchi coniugi che sin dalle prime battute tendono a divorarsi l'un l'altro. Il "volemose bene" forse funziona come apertura del Festival, ma è fuori dalla logica di Strindberg. Che a piene mani dissemina d'ironia i dialoghi. Che vanno giù che è una delizia. Per cui anche la dichiarata operazione di alleggerimento dell'opera, cospargendola d'ironia, sembra più una battuta che una scelta obbligata per non opprimere il pubblico. Così Edgar, racconta sua moglie al cugino Kurt, anche lui militare, non vuole morire perché ha timore che lei si possa risposare. E' un odio d'amore, come le fa osservare il parente. Comunque, i due coniugi vedono la morte dell'uno come la liberazione dell'altro. Ma quando il capitano ha le vertigini e si accascia, sua moglie Alice è colta dallo scoramento. I due si riaccostano quando il capitano Edgar rivela alla moglie che ne ha per poco.
L'omissione della seconda parte altera tutta l'opera. Perché Edgar scopre tutto il suo cinismo pur di ottenere la promozione, giostrando perché la figlia Judith sposi il vecchio colonnello. Ma è la figlia, che è tutta suo padre, a scombinare i piani del genitore con un telefonata insolente al colonnello prima di fuggire con il giovane che lei ama: il figlio di Kurt. Edgar viene colto da un attacco di cuore e muore per davvero.
A prescindere dalla bravura degli attori (Adriana Asti, Giorgio Ferrara e Giovanni Crippa) il finale voluto è diverso da quello contenuto nell'opera di Strindberg. Perché Ronconi l'ha fatto? Per ragione di tempi? Avrebbe potuto scegliere un altro testo, senza amputare Danza Macabra. Un'opera o si rappresenta come è stata concepita oppure è meglio abbandonare l'impresa. La manipolazione è sempre una adulterazione. Uno Strindberg segato non è più lui. E' un'altra cosa. Il Festival è proprio un mistero gaudioso.


 



Commenti (4)

Commento scritto da Rita Correnti il 05 Luglio 2014 alle 16:49
Rimarrei interdetta da una versione paludata e ligia al testo di qualsiasi opera teatrale o anche artistica in senso lato. Significherebbe sterilità. In fondo l'Autore, ogni autore, da una sua versione su un tema universale. E la sua opera vive se, dopo ben 110 anni, ancora produce variazioni sul tema. I registi, coloro che criticamente lavorano il testo di un'opera con la loro visione (occhio dietro la cinepresa al cinema!), possono e devono concentrarsi su un tema inserito nella trama dell'opera. Una grande opera, teatrale, letteraria e musicale è feconda allorquando produce e fa nascere da se visioni nuove, versioni nuove. Così è stato nella versione ronconiana di "Danza Macabra”, più filologicamente da tradurre con "Danza di Morte". Ma proprio questa licenza filologica potrebbe introdurre un'altra più ampia licenza: quella interpretativa e registica. Così ha operato Luca Ronconi, prendendosi tutte le sue licenze. Mi è sembrato che il regista si sia concentrato sul tema del vampirismo coniugale. E lo ha fatto così bene che tutto il resto può risultare superfluo. La regia ha messo in rilievo l'essenza del matrimonio, l'eterna sopravvivenza attraverso il nutrirsi, l’appropriarsi anche violentemente del soffio vitale (sangue) dell’altro. In fondo "Dracula" è del 1897, poco prima dell'opera di Strinberg, che potremmo osare di pensare che ne sia stato fortemente influenzato tanto da tradurlo in testo teatrale in pochissimo tempo. Cosa ci da la lettura di Ronconi? Odiare Edgar, sentirsi derubata della propria unicità vitale attraverso un morso, ammirare il cinismo e la capacità di sopravvivenza di Alice, notare il cambiamento di Kurt, sono tutte pulsioni che la regia di Ronconi riesce a dare. Attraverso la bravura dei protagonisti. E la stringatezza delle scene. Opera fortemente festivaliera. Dell’antico Festival che tutti vanno piangendo come morto, ma che è qui, vivo e vegeto, nel momento in cui non si fanno cose “comme il faut”!


Commento scritto da alfonso marchese il 06 Luglio 2014 alle 02:29
Mi dispiace, ma non condivido la tua analisi. Un testo va interpretato, variato nei costumi, nell'attualizzazione, ma mai alterato. In "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani gli interpreti sono dei carcerati di Rebibbia. Il film viene giocato su due piani. Ma il testo è quello dell'omonima tragedia di Shakespeare. Un autore di teatro non dà lo spunto perché altri svolgano a modo loro l'opera. Prova a modificare la storia di Romeo e Giulietta o a riscrivere Shakespeare a modo tuo. Ti ricordo che "Sogno di una notte di mezza estate", con la regia di Tim Robbins, viene rappresentata in inglese. Che è quello dei tempi di Shakespeare. Più rispetto del testo non c'è. Altro che spunto. La regia sta nel sapere far rivivere i personaggi e l'opera. Senza manipolazioni o menomazioni che siano.

Nel caso di Strindberg, la "Danza di morte" interrotta a metà non è più sua. Ronconi ha seguito passo passo tutti i dialoghi della pima parte. Mai un'interpolazione. E' un'interpretazione del regista non rappresentare la seconda parte? In ogni caso è uno Strindberg mutilato. Così le tragedie greche sono rappresentate seguendo i testi di un Sofocle o Euripide. Magari i soldati al posto degli schinieri portano le borchie nei gambali, ma i testo è quello. E uscirne fuori non significa affatto interpretazione paludata. Che vuol dire? Operazioni come quelle da te indicate si possono fare in opere teatrali traslate dalla letteratura. Ne è un esempio, di alta qualità, l'Orlando Furioso di Ronconi. Qui sì che l'Ariosto offre lo spunto al regista per andare oltre. Dicevano gli antichi greci che un testo teatrale è scritto per essere rappresentato. La sua destinazione non è la lettura, ma il palcoscenico, per essere rappresentato. Tornando a Strindberg, Edgar nella seconda parte mostra tutto il suo cinismo. Rimanendo beffato da quella stessa figlia che, secondo la moglie, lui ha plagiato. C'è di più: alla fine del primo atto Edgar, che ha confessato alla moglie di essere spacciato, depone le armi del rancore e dell'odio e incita la moglie a fare altrettanto. Sipario? Ma manco per niente. Strindberg, nel secondo atto, ci mostra un Edgar cinico e divorato dall'ambizione pur sapendo che non gli resterà molto da vivere. E per conseguire l'obiettivo promette la giovane figlia in moglie al vecchio colonnello. E' la telefonata insolente di Judith al colonnello, che fa sapere ad Edgar tramite telex che ogni rapporto è chiuso definitivamente, a sconvolgere i piani del capitano. A questo punto, l'infarto e la morte di Edgar. Il rispetto del testo me la chiami interpretazione paludata? Allora diciamo che questa edizione di "Danza macabra" è di Ronconi. Ma non spacciamola per l'opera di Strindberg. Gli attori sono bravissimi, la regia superba, la scena efficace nella sua semplicità. Su questo non discuto. In quanto alle geremiadi del Festival di Giancarlo Menotti, sono d'accordo sulla ridicolaggine del pianto nostalgico. Ma consentimi di dire che un festival è un festival, non un recipiente dove metti di tutto: dal canzonettista, al concerto privato, per inviti, inserito nel programma. Questa è da sagra di lusso. Scusami se ti ho urtata, ma mi sentivo di colloquieare con te. Un caro saluto, Alfonso Marchese


Commento scritto da Rita Correnti il 06 Luglio 2014 alle 11:01
Caro Alfonso, sarò lieta di colloquiare ogni volta che ci incontriamo nelle strade del centro. Sono sicura che ci divertiremo, poiché abbiamo il coraggio delle nostre idee. Che, mi sembra, siano diverse. Il Teatro è di per se rappresentazione e non riproduzione letteraria. La rappresentazione è libertà. Libertà di scegliere un tema compreso nel piano dell'opera e svilupparlo a piacimento. Poiché i temi, alcuni, quelli delle grandi opere, sono universali e non hanno tema di essere stravolti né di essere recisi. La libertà di Tim Robins di usare l'antico inglese di Shakespeare: ma non ho mail letto né sentito gridare al tradimento dell'opera nel momento in cui l'inglese è stato attualizzato. E la libertà di Ronconi di puntare su un tema e focalizzare le pulsioni umane comprese in esso. Se avesse aggiunto il seguito non avrebbe potuto perlustrare il vampirismo matrimoniale, insito nel matrimonio sacro tra un uomo e una donna. La prole in questo piano non è compresa. Sarebbe risultato altro. Il paludamento delle versioni è una trappola, da cui bisogna guardarsi nel momento in cui già l'Autore suggerisce un altrove rappresentativo. Presumo (mia licenza poetica) che Strindberg non avrebbe avuto nulla da dire, ma se ne sarebbe compiaciuto e forse chissà... In quanto alla tua concezione della sacra del lusso sono pienamente d'accordo con te. Chissà cosa ne pensa Edoardo Bennato! Ma non glielo dire, ti prego.


Commento scritto da alfonso marchese il 06 Luglio 2014 alle 14:19


Perché non far fare a Giulietta e Romeo una fuitina? Sfuggiranno almenho alla morte- In extremis è sempre libertà del regista. E non staremo nel paludamento del testo di Shakespeare. Il fatto è che i personaggi si caratterizzano attraverso la storia che vivono. Nel Giulio Cesare, uno dei personaggi che hanno partecipato alla congiura dice: chissà quante volte questa scena sarà ripetuta in futuro da genti che noi non conosciamo e in città che devono ancora nascere. Va bene il vampirismo coniugale, inserito però nel rispetto dei dialoghi e del testo. Non sconvolgendo quest'ultimo. Otello è l'immagine della gelosia. Farne un cornuto non è libertà del regista ma libertinaggio. Unicuique suum! Incontrarti e discutere di queste cose mi farebbe piacere. L'espressione "riproduzione letteraria" non ha senso. Un testo scritto per il teatro si sostanzia nel momento in cui viene rappresentato. La libertà d'inventare e aggiustare dialoghi e situazioni è semmai in quei testi tratti dai romanzi. Fai prendere il thè alla regina d'Inghilterra e a Maria Stuarda e vedi cosa ottieni. Non ci siamo. Parlavo dell'inglese del '500 in Sogni di una notte di mezza estate non per sottolineare un maggiore valore dall'aderenza al testo. Che va tradotto in varie lingue, per mettere in condizione lo spettatore di seguire e capire. Il teatro è nato per il popolo. E lo spettatore non deve per forza essere un filologo. Un abbraccio







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