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Libri, 16 Agosto 2016 alle 15:10:46

Il Grande Regno dell'Emergenza, lo stile virtuoso di Raveggi tra coscienza e subconscio


A. M.

Un luogo in cui l'impossibile supera l'improbabile. Per contenuto e forma. Il Grande Regno dell'Emergenza (edizione Liber Aria, 10 euro) è una raccolta di racconti, di cui uno dà titolo al libro di Alessandro Raveggi, dove il talento dell'autore erompe con uno stile che richiama i vari Don DeLillo,


Pynchon, ma sopratutto David Foster Wallace, il Balzac della nostra epoca come l'ha definito Fernanda Pivano. Tutto è giocato sul filo del paradosso. Il confine tra reale e irreale, tra coscienza e subconscio è piuttosto labile. Al punto che i due mondi si confondono in un universo le cui praterie celesti danno modo alla parola di galoppare a briglie sciolte. Il che non significa che il cavaliere che la cavalca si lasci trascinare dall'istinto imbizzarrito, che imbocca itinerari imprevedibili e casuali. Raveggi domina la frase e le varie fasi del discorso. Conosce perfettamente la mappa delle sue sgroppate. C'è un sapiente costrutto, nella parvenza di caos, attraverso metafore di grande effetto emotivo. Le due epigrafi di Calvino e Vallejo ne costituiscono il riscontro: Giorni di catastrofe sono tutti i giorni in cui non succede nulla; L'uomo è un abominevole mammifero che si pettina.


Bastano queste due citazioni per farsi un'idea di come stila lo stile di Raveggi. Il cui registro linguistico indulge in sapienti immagini, dalle quali sgorga un'ironia irrefrenabile. Del tipo: teneva un passo bigotto, per dire che si muoveva lentamente come in processione. L'accostamento dell'aggettivo al sostantivo è una pennellata per descrivere il personaggio. Senza indugiare in tormentose descrizioni psicologiche che inducono il lettore a rinunciare di scendere nelle profondità dell'essere con una zavorra pesante.


Nel racconto I Nostri Oggetti Paterni Raveggi si fa beffa della morte. I tre fratelli (il quarto è rimasto in Giappone) indossano le maschere che il padre ha voluto che indossassero: una è una testa di lupo bianco, un'altra una giraffa destinata alla figlia, e un'altra ancora è un colibrì. Tre figli mascherati al funerale del padre. E' ovvio il raccapriccio di coloro che sono venuti per l'ultimo saluto alla persona che fu un uomo di potere. Il linguaggio è giocoso: "Cazzo te ne frega delle maschere. Siamo ridicoli e basta, mi abbaia contro, col suo accento fiorentino involgarito dal milanese, che lascia sgommature sgradevoli sulle ultime lettere" ricorda un fratello delle reazioni dell'altro.


Nell'intelaiatura dei suoi racconti, l'autore predilige più l'ordito che la trama. Non è il contenuto in sé, la storia, che interessa, bensì il modo in cui viene raccontato. Carlo Dossi, a questo proposito, nel suo volume Note Blu dice che la sua attenzione è puntata sugli stati d'animo e non sullo sviluppo delle storie. Ecco, Raveggi pare far tesoro della lezione dello scapigliato torinese.



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