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Editoriale, 27 Gennaio 2017 alle 14:56:54

La memoria che manca e le vittime dimenticate dell'olocausto

A 72 anni dalla liberazione di Auschwitz qualche riflessione per provare ad essere più memori e un po' meno superficiali [Commenti]


Daniele Ubaldi

Memoria, quanto c'è bisogno di te!
In questo periodo storico, in cui vanno tanto di moda revisionismo e giornate della memoria per giustificarlo, è ancora più importante ricordare qualcosa di utile, di storicamente vero e inoppugnabile, giusto per gettare un sasso nello stagno delle coscienze e nella speranza di dare il là a qualche


riflessione meno superficiale del solito.
Tanto per cominciare, una ricorrenza: il 27 gennaio del 1945, vale a dire oggi 72 anni fa, l'Armata Rossa liberava Auschwitz. Chi se lo ricordava alzi la mano. Anzi, a dirla tutta, tranne qualche eccezione (Dachau su tutte), la maggior parte dei campi di concentramento nazisti furono liberati dai soldati sovietici, e questo per la loro dislocazione geografica che li vedeva principalmente a est rispetto a Berlino, dunque sulla strada dei russi piuttosto che degli alleati occidentali verso la capitale tedesca.


Bene ha fatto, proprio oggi, il Fronte della gioventù comunista a ricordarlo con una propria nota. Male, molto male, invece, fanno i moderni programmi scolastici a omettere o a mascherare questa parte di storia, quasi fosse ritenuta pericolosa più che scomoda. Non c'è nulla di male nel dire che furono i russi a ribaltare prima e a stravincere poi una guerra via terra, partita con l'offensiva tedesca verso Mosca e conclusasi con la capitolazione di Berlino. Non c'è nulla di male semplicemente perché è la verità. Gli alleati avevano un bel correre nel rincorrere l'Armata Rossa, ma questo è un altro aspetto della storia: era già cominciata la guerra fredda, che di lì a poco avrebbe visto i due blocchi in gara per la conquista dello spazio, della Luna, delle armi stellari e di chissà quante altre diavolerie, prima della fine dell'esperimento chiamato Urss. Da notare come molti dei capi boia nazifascisti di allora si rivelarono poi, da impuniti criminali di guerra, valenti servitori delle intelligence occidentali in funzione antisovietica.


Tornando alla memoria, una cultura solida e radicata, di sani principi come quella occidentale (?) non dovrebbe aver nulla da temere nel riconoscere all'Unione Sovietica i meriti e le imprese eroiche compiute durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo non vuol dire essere comunisti o filo-sovietici, ma semplicemente amare la verità e non temerla. E sempre a proposito di memoria, e dunque di verità, un pensiero in questa giornata ritengo sia doveroso rivolgerlo anche ai dimenticati dell'olocausto, quelli che al termine del conflitto non ebbero risarcimenti né terre promesse di biblica memoria.


Certamente la Shoah (distruzione) è la parte dell'olocausto che più colpisce la memoria: circa 6 milioni di ebrei pagarono con la vita il delirio nazista, che inventò la razza suprema pur di prevaricare chi, all'epoca, deteneva il potere economico in Germania e in gran parte dell'Europa, appunto gli ebrei. Ma i 6 milioni della Shoah, purtroppo, non sono che un terzo dei morti totali dell'olocausto, stimato in 15 milioni di vittime fra oppositori politici, portatori di handicap, omosessuali, cosiddetti "pazzi", altri gruppi religiosi come i testimoni di Geova o i pentecostali. Per non parlare poi dei nomadi, a cominciare da quelli Jenish di origine incerta - alcuni sostengono ebrea o celtica mentre altri, addirittura, tedesca - ma, soprattutto, dei veri dimenticati dell'olocausto, quelli che ancora oggi vivono - almeno in Italia - nei campi di concentramento: le popolazioni romanes o romanì di origine pakistana e indiana.


Per questi "romani" la shoah è il Porrajmos (grande divoramento o devastazione) o, per dirla alla De André, Samudaripen (tutti morti). Al Processo di Norimberga del 1945 il procuratore statunitense colonnello Wheeler ebbe occasione di citarli con l'eteronimo errato di zingari (gypsies), come uno dei gruppi oggetto di persecuzione da parte del regime nazista.
A causa della loro cultura orale che rende pressoché impossibile un'anagrafe e, di conseguenza, il corretto conteggio delle vittime, i romanes non ebbero un ristoro economico delle perdite subite come ebbero invece gli ebrei, per quanto non esista somma di denaro paragonabile agli orrori vissuti dall'umanità durante quegli anni. Orrori che, va ricordato per dovere di memoria, fino alla liberazione di Auschwitz non furono mai denunciati da chi ne aveva la possibilità, a cominciare dal Vaticano. Forse l'orrore, il dolore dimostrato, lo sdegno di milioni di persone nei confronti del capitalismo armato nazista aiutato dagli scondinzolanti e fedeli cagnolini italiani con il fez, sono giunti un po' tardivi rispetto all'olocausto in sé e, come dire, a bocce ferme rispetto al conflitto. Di più: molto spesso chi oggi è in prima fila nel commemorare quegli orrori è al contempo in prima fila nella lotta agli immigrati disperati, ai nomadi, ai diversi o a chi in generale non si vuole "uniformare". Ma questa è storia contemporanea, mentre oggi si parla di memoria.


E allora, tornando alla memoria, con oltre mezzo milione di vittime accertate i gruppi romanes ebbero una percentuale di morti rispetto al totale della popolazione superiore a quanto patito dagli ebrei stessi, rischiando realmente l'epurazione etnica. E non ridano i moderni xenofobi, poiché questo popolo da ben 700 anni è a tutti gli effetti europeo, distinguendosi in ben cinque etnie con una sola lingua e una sola origine: i Rom nei Balcani, in Europa Orientale e in Italia meridionale; i Sinti in Europa Settentrionale e Italia Settentrionale; i Manouche in Francia; i Kalé o cosiddetti Neri nella Penisola Iberica, in Algeria, Iraq, Brasile, Finlandia e Galles; i Romanichals nel Regno Unito, Canada, Usa, Australia, Nuova Zelanda.


Ecco, nel giorno della Memoria ci si dimentica sempre di loro. Sarebbe onesto guardarli e trattarli con la giusta memoria e il rispetto che si deve a tutti.



Commenti (1)

Commento scritto da Paolo Galli il 28 Gennaio 2017 alle 12:59
Un accenno alla rivolta del Ghetto di Varsavia e al ruolo che (non) vi ebbe l'Armata Rossa avrebbe reso meno evidente lo sbilanciamento ideologico dell'articolo.


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