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Personaggi, 13 Febbraio 2017 alle 10:00:32

TALENTO E MUSICA

Quando lo stile si fonde con la creatività


Alessia Mariani

Ci sono molti modi per vivere la musica, tanti suoni da sondare e da scoprire. Allo stesso modo, si può amare un solo tipo di sound, si possono apprezzare più generi e talvolta esserne il frutto. E' questo il caso di Manfredi Barbarossa: 24 anni, produttore discografico, segni particolari "folignate doc".


Mosso esclusivamente dalla sua grande passione, ha già prodotto alcuni EP di musica House, "City Of Lights", "Look At Me" e "Get Up", collaborando con musicisti provenienti da ogni parte del mondo. I suoi pezzi sono trasmessi su radio nazionali ed internazionali, utilizzati per spot pubblicitari, eventi e sfilate di moda di alcuni stilisti di fama internazionale.
Umile, pacato, riflessivo e sempre sorridente, Manfredi, nonostante la giovane età, racconta con semplicità a tratti disarmante il suo percorso che in realtà è vulcanico, creativo, spiazzante e a base di pane e (profonda) cultura musicale.


Da piccolo studia pianoforte, comincia ad ascoltare i Depeche Mode che sono e saranno i binari della sua vita: da qui la curiosità di conoscere altri generi, indie rock, chillout ed house music.
Una musica, la sua, in grado di dar vita ad un sound che si fonda sull'equilibrio di più anime, fornendo al pubblico qualità piuttosto che quantità. Il suo successo si basa su di un originale paradosso: quel che sembra frutto di un mix di note computerizzate è invece il prodotto di ore ed ore di lavoro, tanto che lui stesso ama definirsi un "artigiano della musica". Dal colpo di cassa alla variazione, Barbarossa segue da solo tutto il processo produttivo. Ad ispirarlo le immagini: perché quando compone un pezzo ha davanti a sé una sorta di quadro che traduce in note. Un po' come un pittore, che crea la cornice del quadro, e dentro può dipingere quanto e come vuole. Anche con diversi corsi di formazione, Manfredi comunque sa bene che il percorso musicale è difficile e sospeso sempre tra il successo ed il fallimento.


L'Italia ha alcuni limiti, spiega Manfredi. Qui si ragiona ancora molto per etichetta:
ciò implica che si possono incontrare parecchie difficoltà iniziali, in quanto siamo molto legati ancora a schemi prefissati.
E dire - continua - che la nostra musica degli anni 60-70-80 per certi aspetti può definirsi pioneristica.
Discorso diverso, invece, da alcune scene internazionali, come quella inglese, con i suoi pro e contro ovviamente, dove l'avanguardia degli stili musicali permette l'entrata in campo discografico anche di sconosciuti, con un possibile velo di ascesa verso l'alto, molto difficile poi però da mantenere.


Nella sua lucida e realistica narrazione Manfredi spiega che nell'era della tecnologia, se da un lato la stessa facilita l'approccio alla musica e alla sua composizione, dall'altro predispone al concreto rischio di banalizzare il suono. Quello che si sta perdendo - analizza - è la professionalità nell'attività discografica: mai dimenticarsi che si può creare un prodotto commerciale ma assolutamente di qualità.


Ascoltare i suoi pezzi è stata un'oggettiva sorpresa. Scoprire il piacere di confrontarsi con un sound spesso non amato, captare nettamente il suono armonico, la variazione delle note sapientemente strutturata, muoversi d'istinto ed immaginarsi altrove: il vero fine della musica, in fondo, è questo.



Alessia Mariani


 



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