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Diari di Viaggio, 08 Agosto 2017 alle 12:52:30

SPOLETO VISITA MARCINELLE, NEL BELGIO TRA PASSATO E PRESENTE

Riflessioni su lavoro, immigrazione e storia [Fotogallery]


Yuri Di Benedetto

Una rappresentanza della Libreria Aurora di Spoleto ha partecipato, con una delegazione italiana organizzata dalla Banda Bassotti in merito alla carovana Antifascista in Belgio, ad un'iniziativa al parlamento europeo e ad una visita al sito minerario di Marcinelle, con la deposizione di 262 fiori rossi. Ed è proprio in quel


luogo che è maturata una riflessione a cascata su più aspetti che toccano sia la nostra quotidianità sia la nostra storia come città e che spinge a prendere atto di una realtà più complessa, profonda di come ci ostiniamo a leggere e vedere, di una realtà che taglia il tempo e lo spazio e che parla di dolore e speranza, mai finito, mai realizzata.



Ma andiamo per gradi: cos'è stato l'incidente di MARCINELLE? Fu una delle più gravi tragedie minerarie della storia. Si verificò l'8 agosto 1956, nella miniera di carbone di Bois du Cazier (appena fuori la cittadina belga) dove si sviluppò un incendio che causò una strage di lavoratori. 262 minatori morirono, per le ustioni, il fumo e i gas tossici. 136 erano italiani. Causa dell'incidente fu un malinteso sui tempi di avvio degli ascensori. Si disse che all'origine del disastro fu un'incomprensione tra i minatori, che dal fondo del pozzo caricavano sul montacarichi i vagoncini con il carbone, e i manovratori in superficie. Il montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave d'acciaio, tranciando un cavo dell'alta tensione, una conduttura dell'olio e un tubo dell'aria compressa.


Erano le 8 e 10 quando le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L'incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12. Il 22 agosto, dopo due settimane di ricerche, mentre una fumata nera e acre continuava a uscire dal pozzo sinistrato, uno dei soccorritori che tornava dalle viscere della miniera non poté che lanciare un grido di orrore: "Tutti cadaveri!".


Ci furono due processi, che portarono nel 1964 alla condanna di un ingegnere (a 6 mesi con la condizionale).  Il racconto "ufficiale", il contesto strumentale in cui viene inserito, la drammatizzazione di certi aspetti anziché altri, la copertura di responsabilità politiche italiane e internazionali e molte altre piccole e grandi omissioni non rendono il giusto onore a chi si trovò costretto, nell'Italia distrutta e impoverita da vent'anni di marciume fascista, ad accettare qualsiasi condizione per poter mettere qualcosa sotto i denti. La tragedia della miniera di carbone di Marcinelle è soprattutto una tragedia degli italiani immigrati in Belgio nel dopoguerra.


Tra il 1946 e il 1956 più di 140mila italiani varcarono le Alpi per andare a lavorare nelle miniere di carbone della Vallonia.  In Belgio la manodopera mineraria era scarsa anche perché i belgi erano coscienti del tipo di lavoro cui si andava incontro intraprendendo l'attività di minatore: turni massacranti, malattie di vario tipo, una vita sottoterra, oltre i mille metri di profondità in alcuni casi, come nella miniera di Marcinelle. Spesso si lavorava sdraiati in cunicoli di 80 centimetri di altezza, al buio o quasi, circondati da cavi elettrici, strutture più o meno vecchie ed instabili, all'interno di una roccia bucherellata come uno scolapasta. La malattia caratteristica cui si andava incontro era la silicosi: l'accumulo di polvere di silicio nei polmoni che provoca insufficienza respiratoria e morte. Nel Belgio dell'epoca circa 3mila minatori l'anno morivano di questa malattia, oltre 10 volte i morti del singolo disastro dell'8 agosto 1956 a Marcinelle. Gli abitanti erano coscienti di questi pericoli ma nonostante ciò l'astio nei confronti dell'immigrato italiano era ampiamente diffuso: dagli "sporchi maccheroni" ai divieti di ingresso "ai cani e agli italiani", questo fu l'ambiente in cui si ritrovarono catapultati per necessità decine di migliaia di contadini in cerca di lavoro.


L'atteggiamento da parte istituzionale, nonostante le rassicurazioni fatte e firmate nei protocolli, non fu da meno: gli italiani vennero sistemati in baracche nel complesso minerario o in villaggi costruiti dai nazisti ai tempi dell'occupazione allo scopo di campi di concentramento. Le visite mediche, come si capisce dai racconti dei testimoni dell'epoca, erano svolte in stile quasi "veterinario", i futuri minatori trattati come bestie sin dal primo imbarco in treni sovraffollati che li portarono dal profondo meridione italiano a Milano e da lì a Charleroi.


L'accordo prevedeva inoltre una serie di condizioni disumane come l'obbligo dei figli dei minatori al lavoro in miniera a partire dai 14 anni o il carcere per l'italiano immigrato che rifiutasse di lavorare o proseguire il lavoro in miniera. Era il prezzo di un accordo tra Italia e Belgio che prevedeva un gigantesco baratto: l'Italia doveva inviare in Belgio 2mila uomini a settimana e, in cambio dell'afflusso di braccia, Bruxelles si impegnava a fornire a Roma 200 chilogrammi di carbone al giorno per ogni minatore.


Il nostro Paese a quell'epoca soffriva ancora degli strascichi della guerra: 2 milioni di disoccupati e grandi zone ridotte in miseria. Nella parte francofona del Belgio, invece, la mancanza di manodopera nelle miniere di carbone frenava la produzione. Così si arrivò al durissimo accordo italo-belga.


Ma cosa spinse tutti quei lavoratori italiani ad emigrare in Belgio? E perché esiste questo fenomeno di emigrazione e immigrazione? Nel 1945 l'apparato industriale belga uscì sostanzialmente intatto dal secondo conflitto mondiale, trovandosi presto con poca manodopera a disposizione. Questa peculiare condizione produsse uno squilibrio strutturale tra gli stati: paesi come Spagna, Grecia e soprattutto Italia si trovarono in una condizione di scarsità di risorse naturali, soprattutto in riferimento al fabbisogno extra necessario alla ricostruzione di un tessuto industriale. Al contempo in questi Paesi cresceva costantemente ogni anno il numero di persone alla ricerca di un lavoro.


Il 20 giugno 1946 si strinse un accordo con l'Italia che prevedeva l'invio di 50.000 unità lavorative in cambio di carbone, ma alla fine le reali forze inviate furono più di 63.800. La manodopera non doveva avere più di 35 anni e gli invii riguardavano 2.000 persone alla volta (per settimana). Nell'anno della tragedia, su 142mila minatori impiegati, 44mila erano italiani e altri 19mila non belgi.  Il perché invece è palesemente contemporaneo e attuale ancora oggi, e grida forte nella tremenda quotidianità dei nostri telegiornali: i flussi di immigrazione economica dettata dagli interessi economici. Questo tragico grido dovrebbe giungere ancora più forte alle nostre orecchie perché viene dalle fotografie dei nostri nonni e padri, perché ciascuno di noi ha nella propria famiglia uno zio lontano in America, o nel Nord Europa o più semplicemente in qualche città del Nord Italia dove lo sviluppo industriale, con la richiesta di milioni di posti di lavoro, ha prodotto un'emigrazione interna di massa dal sud verso il nord.  Quel dramma si ripete oggi nelle centinaia di migliaia di persone che in questi mesi stanno attraversando il Mediterraneo o le frontiere di terra per trovare un luogo dove sia dignitoso vivere. Ma, in maniera differente e con prospettive parzialmente diverse, si ripete anche per tanti nostri amici, fratelli, conoscenti che oggi emigrano dall'Italia verso il Nord Europa per trovare lavoro. Perché, anche se nessuno lo dice, dal 2014 l'Italia è tornata ad essere terra di emigrazione, con un numero di "partenze" maggiori degli "arrivi". [fonte Repubblica http://www.repubblica.it/cronaca/2016/10/27/news/immigrati_5_milioni_e_mezzo_di_nuovi_italiani-150660188/


Ma si emigra nella speranza di emancipazione da una condizione di miseria, di fame, di guerra, che ha precise responsabilità nel modo di produzione capitalistico, nel potere indiscusso dei monopoli transnazionali, nell'attività dei paesi imperialisti che impongono regimi politici favorevoli al potere economico dei grandi monopoli, anche attraverso la guerra e il terrorismo. Solo perbenisti e benpensanti possono pensare che questa tragedia che va avanti da troppo tempo si possa risolvere con un semplice cambiamento semantico e assegnando a questa condizione drammatica un nome mite e romantico possano rendere un servigio alla condizione reale di chi è costretto ad emigrare. A differenza degli uccelli, gli uomini non sono fatti per migrare. È vero che la storia dell'umanità è piena di fenomeni di questo tipo, anzi si può dire che i popoli, per come oggi li conosciamo, sono il prodotto di queste storie, che ciascuno di noi nel suo dna porta impressa questa caratteristica millenaria. Ma dietro ogni migrazione di massa c'è sempre stata una catastrofe, una carestia, una guerra. Dietro la decisione di lasciare la propria terra e i propri affetti non c'è mai una scelta naturale, scontata, ma un dramma personale, storico e sociale che spinge centinaia di migliaia di persone ad un gesto così drammatico e innaturale. Perché da quando l'uomo è diventato un essere stanziale, legato alla capacità di produrre e riprodurre i propri mezzi di sussistenza, la propria terra ha acquisito un'importanza esistenziale che è impressa nella stessa natura sociale dell'uomo. È per questo che si sono create le abitazioni, i villaggi, le città; che l'uomo ha abbellito il suo ambiente sociale, lo ha reso familiare a sé stesso, e si è abituato a ritenere familiare ciò che ha intorno. Nell'osservare e leggere le targhe commemorative a Marcinelle con le varie spiegazioni balza subito all'occhio una lettura data al fenomeno dell'immigrazione che è una risposta intrisa di quel perbenismo tipico dell'intellettualità piccolo borghese di ogni paese e tempo. La risposta al razzismo e alla prospettiva reazionaria della lotta tra poveri, viene meccanicamente rivoltata il suo opposto in senso fintamente progressista, evitando accuratamente l'ottica di classe nella valutazione della questione. Così chiamare gli immigrati "migranti" diventa il modo per dipingere un fenomeno drammatico ed innaturale, come normale e romantico, caratteristica per l'appunto dell'ottica benpensante piccolo borghese. Così come un lavoratore salariato non è un "proletario", mitigando la connotazione caratteriale del termine, si pensa ipocritamente di migliorarne la condizione. Ma così facendo si perde il carattere di una condizione di vita, che è obbligata e non volontaria nella sua drammaticità. Si perde in poche parole la natura di classe che ha nella durezza del termine, la sua caratteristica e allo stesso tempo la sua piena dignità, che solo ipocriti e benpensanti possono pensare di sostituire e abbellire. Una dignità che fa scorrere le lacrime osservando quei 262 volti impressi nelle foto nel memoriale.


Se si guarda al fenomeno dell'immigrazione dall'ottica della classe operaia e si dovrebbe fare sempre, le cose cambiano radicalmente. I lavoratori di tutto il mondo rivendicano come proprio diritto prima di tutto quello di restare nel proprio Paese, di modificare e migliorare le proprie condizioni di vita e l'ambiente sociale circostante. Di poter avere un futuro di lavoro, di sicurezza, di pace da condividere con i propri fratelli, gli amici, i propri figli. Questo diritto viene prima di quello di emigrare, perché qualsiasi uomo preferirebbe avere ciò di cui necessita per un'esistenza degna nel luogo in cui è vissuto. Solo dopo questo passaggio, solo quando le condizioni economiche e sociali non spingeranno gli uomini a dover emigrare, allora emigrare sarà realmente una scelta libera, espressione di una vocazione individuale, naturale di scelta. Solo allora emigrare e migrare saranno sinonimi nella nostra lingua. Da quando nelle analisi della realtà si è perso i connotati di classe e ci si è adagiati su posizioni borghesi la sua ottica è diventata quella del cosmopolitismo, che è la visione della borghesia progressista a cui si contrappone quella nazionalista della borghesia più reazionaria. Ma nessuna di queste due posizioni appartiene alla classe operaia. Le masse lavoratrici si sentono parte del proprio paese.  Fino a quando si guarderà all'immigrazione con la sua ottica cosmopolita non si comprenderà che i fenomeni migratori oggi sono determinati dalle logiche e dagli interessi del capitale. Che dietro la libera circolazione e la più vasta richiesta di libertà di movimento delle persone, c'è la ricerca di manodopera per le necessità del sistema produttivo.  Un circolo vizioso in cui il capitale è allo stesso tempo causa e utilizzatore dell'effetto. Perché di quel fenomeno di eradicamento dalla propria terra la colpa principale è negli interessi del grande capitale. Sono i grandi monopoli internazionali che determinano la ricchezza e la povertà di nazioni intere in Africa. Sono aziende petrolifere, minerarie, agricole che condizionano la politica degli Stati. Sono le grandi concentrazioni finanziarie che determinano il prezzo di beni come il grano, il riso che possono innalzarsi per attività di speculazione, rendendoli beni inaccessibili per milioni di persone. Attraverso la corruzione, gli accordi, le spartizioni impongono governi amici a qualsiasi prezzo, anche scatenando guerre civili. E quando questo non accade si possono finanziare movimenti terroristi come in Siria con l'ISIS, oppure scatenare vere e proprie guerre, trasformando gli stati in polveriere invivibili. È da questo che migliaia di persone scappano e sono scappate. Ma lo sfruttamento non finisce qui. Enormi masse di lavoratori sono disponibili - per necessità e condizione, non certo per naturale propensione - a tramutarsi in manodopera a basso costo per il capitale. Lo sono gli africani che vengono in Italia, lo sono gli italiani che emigrano nel Nord Europa: ad ogni livello di concentrazione monopolistica del settore produttivo corrisponde un suo livello di specializzazione nella manodopera richiesta, con annessa livellazione salariale. Ma la questione non cambia nella sostanza. Il capitale che determina la necessità di emigrare, utilizza la forza lavoro degli emigranti, come esercito industriale di riserva, come manodopera a basso costo, come grimaldello per la riduzione dei salari e delle condizioni dei lavoratori. In Italia sono i grandi latifondi agricoli, le fabbriche specie se di medie dimensioni che sfruttano il lavoro nero, senza diritti con forme di vero e proprio caporalato, mentre fascisti e estremisti di destra soffiano per generare una guerra tra poveri. Non è negando questo ruolo dell'immigrazione, come elemento funzionale al capitale, che si renderà un buon servigio agli immigrati. Così come un lavoratore è costretto a vendere la propria forza lavoro e ciò non lo rende corresponsabile del suo stesso sfruttamento e dello sfruttamento dei suoi simili, un immigrato non è individualmente responsabile del ruolo che il fenomeno complessivo dell'immigrazione genera. È qui la differenza incolmabile con le teorie reazionarie e classiste dell'estrema destra. La questione dell'immigrazione deve essere trattata in tutta la sua drammaticità, come questione che è legata indissolubilmente alle sorti della classe operaia. Combattere l'imperialismo, significa combattere le cause dell'immigrazione, garantire a tutti prima di tutto il diritto di restare nella propria terra e di non dover scappare. Senza di questo ogni discorso sull'immigrazione si riduce a perbenismo e carità, che sono propri della borghesia progressista e della Chiesa, e che in entrambi i casi, non dicendo con chiarezza i responsabili, difendono il sistema imperialista e si limitano a lavare pubblicamente le coscienze collettive. Rifiutare le teorie borghesi del nazionalismo reazionario da una parte e del perbenismo dall'altra è una condizione necessaria.


Ma cosa centra tutto questo con Spoleto? Non ci furono Spoletini coinvolti nel disastro di Marcinelle, ma l'analogia non può che essere fatta con il nostro locale e quasi dimenticato disastro di Morgnano. Alle ore 5,40 del 22 marzo 1955, pochi minuti dalla fine del terzo turno di notte, nel pozzo Orlando una sacca di grisou invase una galleria in tracciamento, diffondendosi nel reticolo scavato nel terreno. Trascorsi pochi minuti, implacabile, si verificò l'esplosione che uccise 23 minatori e ne ferì 18, dei 170 in servizio. Le indagini che seguirono la tragedia stabilirono che si era trattato di una fatalità connaturata con la stessa attività estrattiva, purtroppo inevitabile, evento che si era già verificato nel 1939, provocando la morte di altri 8 operai in una galleria adiacente al pozzo Orlando. Il tributo di vite richiesto dalle miniere di lignite di Spoleto è stato molto alto nei suoi 86 anni di attività, e tuttavia l'impianto non fu mai equipaggiato con dispositivi di sicurezza atti a non innescare la combustione di gas sotterranei. A dimostrazione di come in un sistema come il nostro sia nel secolo scorso ma soprattutto oggi il profitto di pochi e molto più importante della vita dei lavoratori e i 1400 morti annui che abbiamo in Italia sono lì a dimostrarlo [http://www.repubblica.it/cronaca/2016/11/30/news/morti_sul_lavoro_calano_quelle_ufficiali_ma_e_sempre_una_strage-153132258/ ] Solo in occasione dell'incidente del 1955 si aprì una vera polemica sulle condizioni di sicurezza garantite dalla Società Terni, che deteneva la concessione della miniera. Addirittura in sede di Camera dei Deputati alcuni onorevoli del partito comunista denunciarono la condizione di insicurezza delle miniere, mentre la stampa si divideva tra chi come Il Giornale d'Italia, Il Tempo e Il Messaggero sposavano l'ipotesi della fatalità se non quella della negligenza degli operai, un po' come è successo di recente per la tragedia della Umbra Oli di Spello, e chi, l'Unità e Il Paese, discuteva delle condizioni operative di insicurezza dell'impianto. L'Unità riportò la notizia secondo la quale qualche giorno prima dell'incidente minerario un operaio aveva avvisato il capo minatore di una concentrazione di gas superiore alla norma. Il 26 marzo il Consiglio Comunale di Spoleto, con un non comunissimo senso della collettività, stabilì all'unanimità l'erogazione di un sussidio alle famiglie dei minatori morti nell'incidente. Il direttore della miniera, Giuseppe Dolzani, fu accusato di omicidio colposo, le due perizie processuali giunsero a certificare cause molto distanti tra loro, la perizia eseguita da Ugo Ventriglia e Filippo Falini, stabilì che la causa dell'esplosione era da individuare nella accensione di una sigaretta da parte di qualche operaio, mentre la perizia del professor Mario Carta, individuò l'elemento scatenante dell'esplosione nelle scintille generate dall'impianto elettrico, che non era adeguatamente isolato, o antigrisutoso, come si dice in gergo tecnico. Il processo si concluse nel 1961, in concomitanza con lo smantellamento delle miniere, con una assoluzione del direttore della miniera, imputando le cause dell'esplosione a una fatalità, nessun risarcimento fu previsto per le famiglie dei 23 minatori. Un ricordo che deve essere sempre riportato alla luce soprattutto per quelle generazioni successive a quelle che "hanno tirato la carretta" al prezzo di indicibili sacrifici, anche nelle miniere, in Italia e all'estero.


Ma con tutto ciò cosa si comprende? Le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati italiani, sia anche dei lavoratori rimasti qui come per il nostro tragico esempio di Morgnano fuori e dentro la miniera erano terribili, come si può facilmente intuire da questa descrizione seppur sommaria. In queste circostanze, soprattutto in un ambiente lavorativo caratterizzato da una manutenzione tenuta ai minimi livelli, sempre per questioni di profitto, la fatalità è questione di tempo.  In questa ottica è totalmente inutile soffermarsi sul tipo di errore particolare che ha causato la prima scintilla, sull'uomo o gli uomini che ne sono stati sicuramente più vittime che protagonisti. Allora come oggi, non dobbiamo accettare che la conseguenza della disorganizzazione e dello sfruttamento colposo a fini di profitto sia rovesciata addosso alle vittime di questo sfruttamento. Il sangue di quelle 262 vittime, delle migliaia di morti per silicosi e per lavoro allora come oggi macchiano le coscienze dei padroni, dei loro maggiordomi nei governi e nelle aziende, in un paese come l'Italia che vede padroni e faccendieri presenziare alle commemorazioni ufficiali per poi tornare a scaricare il peso del profitto individuale sulle spalle e sulle vite dei lavoratori e delle loro famiglie. Cinque anni prima del disastro di Marcinelle, il 18 aprile del 1951 era nata la Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA), uno dei primi accordi intergovernativi tra stati europei ex avversari nella Seconda Guerra Mondiale, tra i quali Belgio e Italia. Quando ci si chiede e si riflette sulle origini "nobili" dell'Unione Europea, di cui la CECA fu l'embrione organizzativo iniziale, si dovrebbe pensare molto meno alla "leggenda" del manifesto di Ventotene e un po' più a Marcinelle, alla sua origine, alla sua storia e al suo tragico disastro. Perché forse le reali radici dell'Unione e del malessere che si aggira nel continente europeo si trovano non in un'isola immaginaria come la leggenda ipocrita del suo Manifesto, ma nella reale, sporca e faticosa vita dei minatori sfruttati, derubati e uccisi nelle miniere, nelle fabbriche e nei cantieri dell'Europa occidentale e dei tanti nuovi immigrati che affollano i nostri mari per le stesse motivazioni di 50 anni fa, in contesti cambiati solo nella forma ma non nella costanza, cercando di aver fatto comprendere chi sono i colpevoli e le vittime  e che la necessità di un mondo diverso è più che attuale che mai.



 


 



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