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Spoleto - Opinioni, 02 Gennaio 2018 alle 01:54:00

Gian Carlo Menotti ed il Festival meritano rispetto e verità

[Commenti]


Luca Filipponi

Non volevo scrivere questo articolo perché Spoleto attraversa un momento delicato, ma penso che, prima di tutto, per ognuno di noi la verità deve vincere sulla menzogna, la chiarezza sull'ipocrisia, e di fronte ad un docufilm (proiettato al teatro Nuovo il 30 dicembre) kafkiano-balzacchiano, di fronte alle


tante non verità che sono state esplicitate penso che il silenzio sia percepito come atto di complicità, la condivisione come atto di estrema provocazione o di ignoranza.


Ignoranza nel senso più letterario del termine, perché chi parla nel documentario non conosce, quindi ignora totalmente le vicende del Festival dei Due Mondi e della città di Spoleto.
A partire dai luoghi e la storia degli stessi che vengono totalmente ignorati dal direttore "genio e salvatore", che cita il teatro Romano ed il teatro San Nicolò come luoghi che avrebbero fatto "innamorare" Giancarlo Menotti di Spoleto, peccato che erano ancora dei cantieri nel 1958 e che il Nicolò è stato ristrutturato ed adeguato solo negli anni 80 (consiglio di leggere almeno una volta Spoleto In Pietre di Bruno Toscano, con particolare riferimento alle pagine 87, 31, 55).


In sostanza si racconta e si fanta-documenta che era tutto finito, "nessuno voleva venire più a Spoleto" e per fortuna è arrivato il salvatore della Patria ed ha salvato la "baracca". In questa farsa è andato in scena più che il mondo, una sorta di tragedia-commedia pirandelliana del tipo "Il Gioco delle parti", tipica piece dell'autore siciliano, nel quale spesso si invertono i ruoli, o almeno i ruoli percepiti dalla realtà e dalla comunità o dalla maggioranza delle persone e quindi i virtuosi diventano malfattori, i portatori di negatività diventano benefattori e salvatori.


Quindi Gian Carlo Menotti, dopo aver allevato galline al CCaio Melisso (come è stato detto in più di una occasione all'ultima edizione del festival), diventa un buffettaro ed un intellettuale radical con tanto di applausi del pubblico e dei tanti, come si dice a Spoleto... pecoroni, poi pronti ad innescare le lingue taglienti già all'uscita del teatro.


Vorrei ricordare che prima di venire a Spoleto Gian Carlo Menotti è stato per ben due volte premio Pulitzer negli Stati Uniti e le sue opere L'Amelia al ballo, The Saint of Baker Street e The Telefone sono state e restano tra le più rappresentate nei teatri americani e nelle tv americane, ancora oggi. Come ha detto un famoso critico teatrale e come tanti altri critici hanno detto e scritto, riporto testualmente: "Il festival di Ferrara di oggi, per quello che è, non vale nemmeno il biglietto dell'autostrada Spoleto-Roma, 4,40 euro, meglio stare a casa ed andare al cinema o al teatro". E poi ancora: "E' uno dei tanti festival di provincia di cui l'Italia è piena, l'Italietta di una provincia che deve contabilizzare qualcosa di economico", ivi compresi i costi dell'ignoranza.


Io stesso, e tanti altri tra critici, giornalisti, musicisti, direttori di orchestra, operatori dello spettacolo, spesso preferiamo non vedere le opere di questo festival, perché si va ad incidere sulla memoria di qualcosa che era bello, unico e culturalmente ineccepibile, ed oggi non c'è più nulla, se non autocelebrazione e comunicazione edulcorata.


Spero veramente che Spoleto ed il suo festival trovino un futuro ed un indirizzo, ma soprattutto che sia fatta verità sul fondatore Gian Carlo Menotti, e mi appello alle persone che hanno vissuto i festival dal 1958 al 2007, ivi compresa l'ultima edizione a ricordare e distinguere quello che è veramente oro da altri metalli che luccicano appena.


E' proprio vero che a volte, come dice la famosa canzone, la nostalgia può essere canaglia, ma sempre meglio che... avere la coda di paglia.



Commenti (3)

Commento scritto da Signor Smith il 02 Gennaio 2018 alle 09:35
Curioso farsi vanto del non vedere gli spettacoli che così duramente si criticano. Anche se è vero che il Festival "menottiano" era "bello, unico e culturalmente ineccepibile". Ma "quel" Festival ha agonizzato per quasi 10 anni, sino alla morte di Giancarlo Menotti: troppi anni sono passati senza un Visconti, un Romolo Valli, un Thomas Shippers a dar lustro ad un evento che era già morente nella quasi totale indifferenza. C'era chi blandiva Francis Menotti e chi lo combatteva, tutti nella speranza di mettersi poi in testa quella corona di "Duca di Spoleto" che Giancarlo Menotti si era guadagnato nel corso degli anni.

Ferrara fa altro, e non tanto per sua colpa od incapacità, ma perchè altra è la persona, altro è il mondo, altri sono gli interessi ed altre sono attrazioni che il pubblico può scegliere. Si è scelto di fare 2 repliche di un'opera mozartiana (nulla di più "popolare" e di richiamo) per dar spazio a conferenze, concertini estemporanei ed "eventi" che non avrebbero mai trovato spazio in un festival menottiano. Mentre, forse, un Festival "specialistico", di nicchia (...si, lo sto per dire...) "elitario" avrebbe potuto essere di maggior spessore culurale e, magari, di richiamo per gli spettatori. Si veniva a Spoleto perchè quello che si vedeva qui non lo si vedeva da nessuna altra parte del mondo.

Il documentario, al di là di ciò che si può pensare di Ferrara, ha il pregio di rendere un'immagine vera di "quel" Festival di cui le immagini scorrono in un bianco e nero che non fa altro che ricordarne la lontanaza nel tempo.


Commento scritto da pietro biondi il 02 Gennaio 2018 alle 15:43
Non entro nel merito dello \"scandaloso\" documentario: non l\'ho visto semplicemente, perché la mia casa è inagibile e non posso frequentare più Spoleto come prima.

Quello che penso del Festival l\'ho detto in svariate occasioni: era chiaro che stava tramontando da parecchio, come tutte le cose del mondo: c\'è la nascita, la giovinezza trionfante (se l\'idea è storicamente appropriata) poi c\'è la maturità e l\'inesorabile vecchiaia e il decadimento. Non esisti tu solo, il resto del mondo continua a muoversi incessantemente. Il Festival dei due Mondi fu il primo. Ora ci sono centinaia di manifestazioni internazionali e con molti più soldi del Festival, molti di più. Alcuni monodisciplinari, altri multidisciplinari. La lotta è impari.

Io, da molti anni, proponevo di creare un\'alternativao perlomeno di approfittare della fama ancora sfruttabile di Spoleto, per far nascere il Tetro Stabile nella nostra città,prima che partisse Perugia. Non ci sono riuscito. Un Teatro Stabile non è paragonabile a quello che è stato il Festival, ma avrebbe potuto essere una struttura di prestigio e una piccola fonte di lavoro. Non è stato possibile. Ho fallito.

Oggi il Festival è semplicemente (e non può che essere così) un \"evento\" di gestione amministrativo-burocratica dell\'eredità lasciata del vecchio Festival. Ci sono cinque milioni da spendere e si spendono quelli. (bisognerebbe vedere come, ma pare impossibile). Cinque milioni sembrano ,tanti, ma per chi s\'intende solo un poco di spettacolo...sono briciole: ci potresti produrre un solo spettacolo di livello, non di più. Ferrara fa un cartellone ineccepibile, da un certo punto di vista. Certo non può fare niente che attiri un pubblico internazionale come allora, dove tutto era \"novità\" e \"non visto\".

Certo, FORSE si potrebbe avere più fantasia...FORSE... Tutto da dimostrare.

Io, da esterno, ho un solo rimprovero da fare: potrebbe evitare, almeno ogni tanto (diciamo, che so, ad anni alterni) di produrre lo spettacolo di sua moglie, egregia attrice, ma così, tanto per non essere accusato di familismo, e produrne uno di altro artista. Sarebbe già una novità. Per il resto: normale amministrazione controllata. Speriamo normale e controllata.



Commento scritto da Fustigator il 03 Gennaio 2018 alle 08:13
Parole sante Maestro Biondi!! Solo un anno ci siamo risparmiati la signora Asti, ma perchè si era fatta male!! E tutti a scondinzolare, ad iniziare da gran parte della stampa di regime attorno a Ferrara, chiamandolo Maestro!! Ma di cosa??!!!!


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