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Valnerina - Sisma, 11 Maggio 2018 alle 00:15:31

'Tutto questo ricordare fa male, ma mi fa più paura dimenticare'

Dopo oltre un anno di silenzio, Vergari torna a raccontarci la sua Norcia post-sismica


Alessandro Vergari

Torno a scrivere del terremoto di Norcia dopo molto tempo. Lo faccio dopo circa un anno e mezzo. Allora mi serviva, credo, per esorcizzare la paura, per anestetizzare un dolore immenso, per riprendere a vivere nonostante le mie due case crollate. Scrivere aiuta ad elaborare tutto questo, anche se il


dolore c'è e non accenna a scomparire dalla mia esistenza, dalle nostre vite. La paura del terremoto ti resta dentro, non ti molla mai. Il tempo aiuta a ricucire le ferite ma i fantasmi ti inseguono e a volte riemergono.


Sono un dilettante nello scrivere, ma so che le parole devono essere usate con giudizio e accuratezza: "Le parole sono importanti!", gridava Nanni Moretti. E spesso le parole sono migliori delle cose che vogliamo rappresentare. Scrivere per ricordare fa male, ma mi fa più paura dimenticare.


Ora ci provo, a raccontarvi come si vive a Norcia. Sono tornato a vivere qui da novembre, dopo un anno passato a Perugia. Ho la casetta del terremotato e, nonostante quello che si racconta, sono casette confortevoli e dignitose. Ma... difficile spiegare il "ma". La propria casa è un luogo in cui ci si sente tranquilli, in cui i muri sono un confine sicuro e stabile, in cui gli abitanti conoscono i codici intimi e i segreti accumulati in tanti anni.


La casa, come una città, è il riflesso di tante cose. E' la costruzione, negli anni, di tante emozioni e di tante gioie e sofferenze. Oggi non abbiamo più né la casa né il paese. La casetta dei terremotati non è questo, non potrebbe essere questo.
In questi nuovi villaggi (?), in questi nuovi insediamenti abitativi, si respira una strana atmosfera che è la risultante di complessi sentimenti tutti collegati, naturalmente, con i terremoti che si sono succeduti: dolori, paure, rabbia, rassegnazione.


Sembra di vivere nel villaggio del Truman show, viali con panchine, rastrelliere per le biciclette, parco giochi per i bambini. Usando una frase di Zerocalcare che potremmo mettere all'ingresso: "Non ci manca niente, abbiamo bisogno di tutto", dove il tutto non sono cose materiali ma futuro, una prospettiva futura, una aspirazione e desiderio a pensare di vivere il domani.


Talvolta ho l'impressione di vivere in una soap opera, in una dimensione irreale, dove la trama è la finzione: fingiamo di non aver più paura, fingiamo che la città abbia ripreso faticosamente il suo lento vivere, facciamo finta che ormai il terremoto sia alle nostre spalle.
Ci proteggiamo usando la finzione, neghiamo a noi stessi l'esperienza drammatica e tragica del terremoto per aiutarci a continuare a vivere.


Invece la realtà è una sensazione di stagnazione, di non futuro, di una città immobile, sospesa in una dimensione astratta e misteriosa.
Siamo come naufraghi non in un mare tempestoso, ma in un oceano di piatta calma, senza vento, aspettando che qualcuno veda dall'alto del bastimento non la terra, come i nostri emigranti quando andavano nelle Americhe, ma una più modesta gru, testimonianza che, forse, la ricostruzione è iniziata. Che il futuro è (ri)cominciato.


Tutto questo io non l'ho più, tanti miei concittadini non l'hanno più. Questo ricordare fa male, ma mi fa più paura dimenticare.



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