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Cinema, 22 Febbraio 2011 alle 14:44:15

KINO: non chiamatelo Cineclub

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di Mariarita Valentini (E-mail: mariaritavalentini@yahoo.it)

"(...) E così tocca a noi, ci importi


tanto o quel tanto, siano fiochi o forti
i mesti richiami dell'ostinata
coscienza, alzare questa poca voce
contro il silenzio infinitesimale
a contestare l'infinito, atroce
scempio dell'esistente (...)" (Giovanni Raboni)



Il desiderio di riunirsi e creare luoghi specifici in cui parlare di film risale alla fine degli anni ‘20, durante il Fascismo. Nati in un contesto rigidamente controllato, i primi "Cineclub" (termine "esotico" difficilissimo da digerire per l'epoca), da luoghi di controllo culturale, divengono sempre più palestre di libera discussione. Considerando che qualsiasi opera artistica ha un valore estetico che prescinde dall'appartenenza politica del suo autore, la coscienza critica di chi discute un film non concede nulla all'adesione di un regista al regime, specie se ciò che produce è oggettivamente scadente. Sono i Cine-guf, i cineclub degli studenti universitari, i primi a costituirsi come movimento di dimensione nazionale. Al loro interno, oltre allo studio dei classici del cinema, nascono le prime produzioni indipendenti. La loro relativa autonomia dalla dittatura farà emergere, in seno a quei circoli, numerosi antifascisti e in molti, con la caduta del regime, entreranno a far parte della classe dirigente impegnata a ricostruire il Paese. Nel dopoguerra c'è una grande coesione tra chi ama il cinema di qualità e gli intellettuali, convinti del proprio ruolo di guida della società. L'entusiasmo e determinazione dei nuovi "portavoce" si scontra, però, con la censura, con la diffidenza delle questure che pretendono di controllare tutte le opere cinematografiche, sottoponendole al controllo dei commissariati quando non addirittura al ministero dell'Interno. In alcuni casi, ci sono ispettori di polizia che arrivano a sorvegliare le attività dei circoli e dei loro presidenti. È inevitabile che la battaglia contro la censura assuma un carattere antigovernativo. Poiché sono le istituzioni a impedire la libera circolazione delle pellicole (e, in senso più ampio, delle idee) matura, tra molti rappresentanti e sostenitori del cinema e della cultura, la convinzione che è necessario arrivare a sostituire le regole e gli uomini che governano il paese.


Nel 1965 la legge 1213 segna la nascita delle sale d'essai. Queste sale sono estranee alla cultura associativa, si pongono a metà strada tra i cinematografi "normali" e i cinecircoli; rappresentano l'anello di congiunzione tra il circuito commerciale e le associazioni. Le loro sale, i Club Cinema, accolgono una nuova figura di spettatore, un vero e proprio divoratore di immagini, amante di qualsiasi elemento filmico degno di attenzione, il cinefilo.


Negli anni ‘70 il mondo dei Cineclub era scandito da tempi e liturgie. Era la grande opportunità per la circolazione di idee. Quando non esistevano i Dvd, i videoregistratori, i canali satellitari e le multisale monopolizzate dai circuiti americani, c'erano i cineclub a spezzare il monopolio delle prime visioni schiave del mercato. Il cinema non era consumato, non era solo svago, ma era impegno, aggregazione, rivoluzione: è emblematica di quello spirito la scena del film "I cento passi", in cui Peppino Impastato invita al riscatto civile della sua terra con la proiezione di "Le mani sulla città". Era il cinema dalle forme algide ed eleganti. La qualità impregnava ogni suo fotogramma, garanzia della sua legittimità di "non merce", emblema di uno statuto di intellettualità che affiancava il cinema alle atmosfere rarefatte della fotografia, della pittura, del teatro, della letteratura, sottraendolo agli ingranaggi dell'industria che tutto semplificava e banalizzava. Era il cinema svicolato dalla dittatura dei botteghini. Quello che non temeva i tempi lenti, le inquadrature stranianti, i piani sequenza, la teatralità dei dialoghi. Il cinema "facile" raccontava la commedia della vita, il cinema dei cineclub la sua poesia. Oggi queste realtà fanno fatica a sopravvivere vittime di un economia mercantile elevata a uno statuto di sovranità irresponsabile, e dell'insieme delle nuove tecniche di governo che accompagnano tale regno. È la politica dell'omologazione e del profitto. Eppure si direbbe che l'individuo sia un "valore" anche nell'attuale società di massa: i politici, la televisione, la moda, la pubblicità, sembrano puntare tutto sul singolo. Si esalta il privato, si teorizza e promuove l'egoismo; l'invito più frequente è "uscire dal coro" anche a costo di rivelarsi stonati; "esclusivo" è l'aggettivo in cui ci imbattiamo più spesso quando veniamo sollecitati ad una scelta. Ognuno deve avere l'impressione che ci si rivolga a lui e solo a lui. Ma ci vuole poco ad accorgersi che ognuno di noi viene invitato ad allinearsi, adeguarsi, omologarsi: tutti "unici" alla stessa maniera. D'altra parte una società che diffida per principio del "diverso" non può incoraggiare le differenze; una massa indifferenziata si governa più agevolmente, facilita il compito sia a chi cerca il consenso che a chi produce per il consumo. Nemmeno l'ombra di una riflessione su questa allarmante incapacità del governo di "percepire" il cittadino: estremo, inatteso risvolto, paradossale punto d'arrivo di una concezione della vita che definire materialista è troppo onore. Lo scontro generazionale e culturale che avviene sotto i nostri occhi è angosciante perché ci depaupera tutti: non tocca soltanto i più giovani e i più anziani, ma riguarda la condizione interiore di ciascuno di noi, il nostro equilibrio, la capacità che abbiamo di affrontare le frustrazioni e le sconfitte, la determinazione nella ricerca di nuove soluzioni. Aggressioni, intolleranze, accesi confronti etici (autentici o strumentali), risse politiche e istituzionali. Ciò ci consegna l'impressione di una società civile sempre più incattivita, dove imperversano i venti opposti di giustizialismo e disimpegno sociale, facendo scempio di ogni posizione articolata, fondata sulla riflessione e sul dubbio. Il punto prioritario è allora: cosa fare? Non solo conviene continuare a domandarselo per rispondere all'insidia, sempre latente, del crollo del sistema creditizio e dell'industria cinematografica, ma per modificare i processi di sviluppo lavorando per il domani. Per fortuna il rigore dogmatico di certi politici genera eresie. Per fortuna esistono gli spiriti liberi, costretti ad abbandonare le grandi "strade maestre" sicure, ma arcinote, e ad avventurarsi per sentieri forse insidiosi ma promettenti. L'eresia gioca sia a chi la pratica che a chi la scomunica, perché alla lunga anche l'ortodossia diventa meno rigida; non subito naturalmente: lì per lì lo stato d'assedio impone rigori eccezionali; ma poi, passata l'emergenza, l'inevitabile assestamento teorico rivela che qualcosa di quella inaccettabile ribellione ha potuto introdursi nella cittadella e ne ha modificato dall'interno l'assetto istituzionale. Sessanta giovani registi, produttori, sceneggiatori, tecnici cinematografici per fronteggiare l'attuale governo e la crisi che imperversa si sono insediati con il KINO nella città del cinema, la città di Roma. Il KINO non è un cineclub, è un cinema; è la lenta, ma inesorabile rivincita contro chi afferma che la cultura non serve a niente; è l'incosciente creatività di chi resiste alle intemperie di un paese che cade in pezzi. Alla festa di inaugurazione (circa 3500 persone) erano presenti uomini e donne che credono nella possibilità del cambiamento, che credono in un nuovo modo di fare cinema: Marco Antonio Saitta, Nicola Ravera Rafele, Fulvia D'Ottavi, Giovanni Pompili, Valentina Gaia, Andrea Garello, Massimo Galimberti, Stefano Sardo e poi ancora Cristiano Gerbino (produttore indipendente), Giacomo Durzi (filmmaker), Marcello Olivieri (sceneggiatore), Tommaso Capolicchio (scrittore), Manuela Spartà (attrice) e altri 3487 che incuranti delle ore d'attesa, del traffico, del caos, del freddo hanno voluto festeggiare la nascita del KINO; perché il cinema è una parte di NOI, perché il cinema va difeso, sempre.


"Non frugare troppo nel cuore, c'è di tutto nel cuore", diceva un personaggio di Cocteau ne I Parenti terribili; e per cuore intendeva, sulla scorta di un'antichissima metafora, gli oscuri abissi della vita. E invece è laggiù che prima o poi dobbiamo calarci, con onestà, con incoscienza, come ardimentosi speleologi, se vogliamo vivere sul serio e non essere vissuti da qualcosa di alieno e inaffidabile.


 


Foto per gentile concessione di Valerio Moglioni


 


 

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