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Monsignor Boccardo si scaglia contro l'eutanasia: 'La morte, anche quando è cercata, è sempre una sconfitta'
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Monsignor Boccardo si scaglia contro l'eutanasia: 'La morte, anche quando è cercata, è sempre una sconfitta'
L'arcivescovo nell'omelia della messa di Natale: ''Di fronte alle derive eutanasiche, abbiamo bisogno di ben altra cultura'
L’arcivescovo di Spoleto-Norcia e Presidente della Conferenza Episcopale Umbra mons. Renato Boccardo ha presieduto la veglia nella Basilica Cattedrale di Spoleto. Molti i fedeli presenti che, nella preghiera, hanno offerto a Dio le proprie notti e le proprie tenebre, certi che Gesù nasce nel cuore di ciascuno per colmare ogni vuoto e dissipare ogni dubbio.
La liturgia è stata animata dalla Cappella Musicale del Duomo, diretta dal maestro Francesco Corrias, con all’organo il maestro Paolo Sebastiani. Nell’omelia mons. Boccardo ha sottolineato come oggi si ha “l'impressione di vivere in un tempo nel quale le tenebre si estendono intorno a noi, sensazione che si accentua quando confrontiamo le notizie drammatiche e dolorose che quasi quotidianamente smentiscono le grandi speranze che ciascuno cerca di coltivare e di ravvivare per il presente e per il futuro. Gli avvenimenti dell’anno che sta morendo concorrono a confermare questo sentimento. L’oscurità, l’ombra sembra guadagnare terreno, occupare le ultime zone franche di libertà e di pace di cui abbiamo così tanto bisogno! Ma esiste anche un’altra terra tenebrosa, più terribile ancora e più angosciante”, ha proseguito il Presule.
“Si trova nel profondo stesso del nostro cuore. È proprio lì che l'usura del tempo, la disillusione e il sentimento di impotenza sembrano voler soffocare gli ultimi singulti di speranza seminati in noi. Questo deserto interiore è davvero più cupo, ben più oscuro e opaco di tutti quelli che il nostro tribolato mondo può creare intorno a noi, perché esso ci lascia assolutamente sprovvisti, spogliati di tutto, infinitamente soli. Ma è proprio lì, in questo paesaggio di ombre e di oscurità, in questa terra inospitale e nuda – ha detto mons. Boccardo -, che Dio ha scelto di venirci incontro. Noi pensiamo o crediamo spesso che siano necessarie circostanze favorevoli perché Dio possa avvicinarsi a noi. La notte di Natale ci offre invece la prova contraria. Per venire a noi Dio pone un'unica condizione: ha bisogno della nostra notte, come fu quella di venti secoli fa, in territorio di Palestina”.
Giorno di Natale, Messa all’Hospice La mattina di Natale, alle 9.00, l’Arcivescovo ha celebrato la Messa dell’aurora con le persone ricoverate all’Hospice “La Torre sul Colle” di Spoleto, con i loro familiari, il personale medico e paramedico e i volontari. Il Vangelo di Luca proponeva l’immagine dei pastori che vanno fino a Betlemme per conoscere l’avvenimento della nascita di Gesù. “Tutta la nostra vita – ha detto mons. Boccardo – è un andare a vedere, è un pellegrinaggio continuo: in questo cammino attraversiamo momenti di difficoltà e di buio come possono essere la malattia e anche la morte. L’importante, però, è non perdere mai la metà, Gesù Cristo. L’incarnazione del Figlio di Dio – ha proseguito – ci fa vedere in ogni uomo, specialmente in quelli feriti moralmente o fisicamente, l’immagine stessa di Dio”.
Giorno di Natale, Messa in Duomo Alle 11.30, invece, l’Arcivescovo ha presieduto il solenne pontificale in Cattedrale, animato dalla Cappella Musicale del Duomo e dalla corale parrocchiale di Santa Maria nella Cattedrale (con sede in S. Filippo). Col Presule hanno concelebrato: mons. Luigi Piccioli vicario generale e parroco di S. Maria nella Cattedrale (con sede in S. Filippo), don Sem Fioretti rettore della Cattedrale, don Luis Vielman e don Justus Musinguzi vicari parrocchiali di Santa Maria nella Cattedrale (con sede in S. Filippo). Il servizio liturgico è stato garantito dai seminaristi della Diocesi e da alcuni ministranti. “Questa notte – ha detto mons. Boccardo nell’omelia – l’umanità intera è stata invitata a contemplare un bambino neonato: ogni nascita è un miracolo di per sé, è un dono di Dio. E questa mattina l’evangelista Giovanni afferma che quel bambino è il Verbo di Dio, è la sua Parola, la piena rivelazione del suo amore per l'uomo. Creato ad immagine e somiglianza di Dio, l’uomo è così grande che, malgrado il peccato, conserva imperitura in sé questa grandezza. E oggi Dio realizza il desiderio che conservava e coltivava nel cuore fin dall’eternità: condividere la vita degli uomini per offrire loro la possibilità di partecipare della sua vita divina. Ci troviamo così davanti ad un enorme disegno d’amore che ci sorprende e ci supera: se Dio è nato da una donna ed ha assunto la nostra fragilità esistenziale è stato per permetterci di nascere alla sua vita e per chiamare ogni uomo a diventare suo figlio nel Figlio Gesù. Da sempre l’uomo aspira a diventare dio ma senza Dio: è stata la tentazione primordiale, insinuata dal demonio ad Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden (cf Gen 3, 5). È per soddisfare questa sete di infinito – ha proseguito l’Arcivescovo - che l’uomo corre dietro al potere, ingordo nella smania di accumulare ricchezze, di decidere ciò che è bene e ciò che è male senza tenere in alcun conto la volontà e il progetto del suo Creatore. E questa corsa genera una cultura della morte che affascina pericolosamente il pensiero contemporaneo, fino a voler determinare nei tempi e nelle modalità anche il momento finale della vita umana, presentando questo presunto “traguardo” come una conquista di civiltà, la quale in realtà ne esce umiliata e avvilita. Di fronte alle derive eutanasiche che sembrano svilupparsi e crescere, di ben altra cultura abbiamo bisogno: di quella cioè che spinge ad aiutare il malato nel momento in cui la morte si approssima. Perché una cosa è aiutarlo a morire; altra cosa è farlo morire. La morte, infatti, anche quando è cercata, è sempre una sconfitta. La vera dignità – ha concluso mons. Boccardo - è quella che esperimenta la persona fragile e malata quando viene curata con delicatezza e tatto e accompagnata con affetto e generosa dedizione; quando è circondata da relazioni umane autentiche, che la aiutano a custodire il significato della vita e a scoprire un senso nella sofferenza e anche nella morte”.
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I commenti dei nostri lettori
lilian
8 anni fa
IPSE DIXIT.....
Aurelio Fabiani
8 anni fa
Si può solo commentare con una frase ( indimenticabile) di una grande donna spoletina Maria Antonietta D'Angerio: "I professionisti del dolore".
velleitario
8 anni fa
Quando hai dei dubbi o quando l'egoismo ti assale,prova a pensare al volto dell'uomo più povero e più disperato che hai visto e chiediti se ciò che stai facendo gli può essere di aiuto,i tuoi dubbi e il tuo egoismo se ne andranno.......La chiesa deve servire e non essere servita.Noi chiesa anzichè condannare perchè non ci prodighiamo per curare o creare le coscienze degli uomini?Per poter poi saper decidere........Il Signore non è mai stanco di perdonare.Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono.......Ad maiora
L\'Intruso a Monica
8 anni fa
Signora Monica, le assicuro che non era mia intenzione volerla offendere. Riconosco che l'argomento è molto delicato e complicato. E c'è da dire che anche i nostri rappresentanti religiosi non avevano previsto di trovarsi confrontati con questi nuovi fatti, dovuti al progredire della scienza, e che, ora, sotto alcuni aspetti, gli creano qualche difficoltá. Io parto dal principio che la morte fa parte della vita e che quando essa arriva bisogna saperla accettare. Infatti, l'ha voluta il Creatore. Però, tra le possibilitá dell'uomo, in alcuni casi, c'è la possibilitá di lenirla, anticiparla o ritardarla. Ed è qui che sorgono i dubbi. E sorgono anche le domande se è giusto o non è giusto farlo. Domande a cui è difficile poter dare una risposta e che ognuno di noi non vorrebbe mai porsi. Buon 2018!
Monica
8 anni fa
Mi sorprende che non abbia capito e trovi privo di logica u mio commento. Comunque lo spiego per chiarezza. Volevo dire che non esistono soluzioni giuste o sbagliate a priori. Sono tante le varianti e dipendono da caso a caso. Non si può condannare una persona che decide di non vivere o i parenti che non si accaniscono vedendo soffrire il proprio caro. Così come non sono da additare i parenti che lottano fino all’ultimo anche in situazioni disperate. Ogni alternativa porta sofferenza, ma condannare ie accanirsi laddove il paziente stesso rifiuta una non vita lo trovo illiberale è poco cristiano. La vita è un valore non sono in quanto tale, ma anche per come la si vive o vuole vivere..
L\'Intruso
8 anni fa
Trovo molto pertinente e sensato il commento di Gomez. Contrariamente, anche se condito di belle parole, trovo molto nebuloso, confuso e privo di logica quello di Monica. Vorrei solo ricordare, che, spesso, chi si trova in determinate condizioni non è in grado di poter decidere egli stesso della propria vita. E che sono i suoi familiari a dover interpretare la sua volontá. Ed è qui che risiede il vero nocciolo della questione: Nel loro animo, subentrano sentimenti, affetti e coscienza che si aggrappano ai progressi della scienza, alla religione e alla speranza di un miracolo per una possibile guarigione. La vera sconfitta rimane il dubbio. Il dubbio che divide le nostre opinioni sulla decisione più saggia da prendere. E che pone dei confini a ognuno di noi.
Gomez
8 anni fa
Non è assolutamente possibile generalizzare in questo modo un problema come quello dell’eutanasia.ci sono talmente tanti casi diversi uno dall’altro che non si può essere contrari a prescindere. Si dovrebbe valutare caso per caso. Mi sembra il minimo per gente che soffre e vuole una morte dignitosa
monica
8 anni fa
La dignitá della morte è anche dignitá della vita. Nessuno può essere giudice o decidere per altri cosa è meglio per le loro vite. La libera scelta di ogni persona deve essere salvaguardata, anche nella morte. Accompagnarli ad un addio dolce si, ma non prevaricare la libera volontá di ognuno. A volte è più dignitoso morire che aggrapparsi alla vita senza nessuna prospettiva...prolungare l'agonia calpestando la dignitá umana non è, a mio modesto avviso, molto cristiano. La vera sconfitta è vivere contrariamente ai propri principi piuttosto che accomiatarsi con consapevolezza e serenitá.
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