cultura e spettacolo
David Pompili accende Spoleto con 'ACID DROP'
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David Pompili accende Spoleto con 'ACID DROP'
tra memoria e radici contemporanee
A Spoleto, nel cuore del Festival dei Due Mondi, una cabina telefonica inglese del 1951 smette di essere un reperto urbano e si trasforma in un dispositivo artistico contemporaneo. Con ACID DROP – Radici in ascolto, promosso da ADD-art e da Palazzo Due Mondi, la città accoglie un intervento che si inserisce nella 69ª edizione del Festival dei Due Mondi, dedicata al tema delle “Radici”, dal 26 giugno al 12 luglio 2026.
L’opera, firmata da David Pompili, si colloca in Corso Mazzini e agisce su un oggetto carico di memoria collettiva: la cabina telefonica con la scritta “TELEPHONE”, simbolo della cultura urbana britannica del secondo dopoguerra. Per decenni è stata uno spazio liminale, sospeso tra pubblico e privato, tra distanza e contatto, tra attesa e comunicazione. Oggi, privata della sua funzione originaria, viene riattivata come presenza simbolica e narrativa.
Il progetto dialoga implicitamente con la storia culturale del Festival e con la figura di Gian Carlo Menotti, che nella sua opera da camera The Telephone, or L’Amour à trois aveva già anticipato la centralità del mezzo telefonico nella costruzione delle relazioni moderne. In quella composizione, il telefono non è soltanto un oggetto, ma una presenza attiva che interferisce e orienta i rapporti umani, diventando parte integrante della narrazione emotiva. A distanza di decenni, quella intuizione riemerge nello spazio urbano di Spoleto, dove il dispositivo tecnologico si trasforma in memoria fisica e simbolica.
All’interno del tema “Radici”, l’intervento propone una lettura non nostalgica ma dinamica: le radici non sono origine immobile, bensì rete viva di connessioni che attraversano il tempo. In questo senso, la cabina non rappresenta semplicemente il passato, ma una forma di continuità tra epoche diverse, un punto di contatto tra ciò che è stato e ciò che continua a trasformarsi. La comunicazione, ieri affidata alla voce e all’attesa, oggi si traduce in nuove forme di relazione, ma conserva la stessa necessità di connessione.
Il linguaggio di Pompili si inserisce in questa riflessione attraverso una pratica visiva stratificata, fatta di collage, citazioni pop e sovrapposizioni simboliche. In ACID DROP, la cabina non viene decorata ma riscritta, diventando una superficie narrativa in cui si intrecciano immaginari differenti. L’oggetto urbano si trasforma così in un luogo di tensione visiva e concettuale, in cui la memoria non è conservata ma continuamente rielaborata.
L’installazione è concepita anche come spazio partecipativo. Il pubblico è invitato a entrare nella cabina, sostare, interagire e condividere la propria esperienza. In questo gesto si riflette una trasformazione più ampia del rapporto tra arte e osservatore: non più distanza contemplativa, ma coinvolgimento diretto. La cabina diventa così un punto di attivazione sociale e visiva, pensato anche come scenario per immagini e narrazioni condivise, inserendosi nel tessuto quotidiano della città.
Il progetto si configura inoltre come estensione urbana della mostra “PULSE. Segni e battiti della città contemporanea”, ospitata a Palazzo Due Mondi e curata da Stella Maresca Riccardi per ADD-art. In quel contesto espositivo, il lavoro di Pompili dialoga con artisti come Pennyboy, Antonio Maria Catalani, Solo, Diamond, Maria Ginzburg ed ErProsit, costruendo una riflessione corale sulla città come organismo sensibile, attraversato da impulsi, stratificazioni e memorie.
Nel contesto di Spoleto, città storicamente aperta alla sperimentazione contemporanea, l’installazione assume il valore di una soglia urbana più che di un semplice intervento artistico. La cabina non interrompe il paesaggio, ma lo rilegge, inserendosi nel flusso della città come elemento attivo di relazione.
Un ruolo significativo è affidato anche alla dimensione della memoria materiale, resa possibile grazie a Maurizio Mengana, proprietario della cabina originale del 1951, che ha consentito la realizzazione del progetto. Il suo contributo evidenzia come la conservazione di un oggetto non coincida con la sua immobilità, ma possa tradursi in una nuova forma di vita pubblica e condivisa.
In questa prospettiva, ACID DROP – Radici in ascolto si configura come un invito a ripensare il rapporto tra tempo, spazio e comunicazione. Le radici di cui parla il Festival non sono soltanto ciò che affonda nel passato, ma ciò che continua a parlare nel presente attraverso tracce, oggetti e relazioni. La cabina diventa allora un punto d’ascolto, un luogo in cui la memoria non si osserva soltanto, ma si attraversa.
Intervista a David Pompili – “ACID DROP, quando le radici diventano voce”
Nel contesto del Festival dei Due Mondi di Spoleto, l’artista David Pompili racconta la genesi e il significato del suo intervento ACID DROP – Radici in ascolto, che trasforma una cabina telefonica storica in un’opera d’arte partecipativa.
“ACID DROP” nasce da un oggetto apparentemente anacronistico come una cabina telefonica. Qual è stata la scintilla iniziale di questo progetto?
La scintilla è stata proprio l’idea di ascolto. Una cabina telefonica è un luogo sospeso: non è casa, non è strada, è un confine. Mi interessava questo stato intermedio, perché è lì che la memoria diventa attiva. Quando un oggetto perde la sua funzione originaria, smette di essere utile e inizia a essere rivelatore. Ho pensato che quella cabina potesse tornare a parlare, ma in un linguaggio diverso: quello dell’arte.
Il progetto si inserisce nel tema “Radici” del Festival dei Due Mondi. Come interpreta questo concetto?
Le radici non sono qualcosa che ti trattiene, ma qualcosa che ti permette di muoverti. Non sono un ritorno indietro, ma una struttura invisibile che tiene insieme ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. In ACID DROP le radici sono connessioni, fili che attraversano il tempo. La cabina diventa proprio questo: un punto in cui passato e presente si toccano senza annullarsi.
Nel progetto emerge un dialogo con la figura di Gian Carlo Menotti e la sua opera The Telephone. Quanto è importante questa connessione storica?
È fondamentale, ma non in senso celebrativo. Menotti aveva già intuito che il telefono non era solo un mezzo, ma un elemento narrativo capace di modificare le relazioni umane. In The Telephone il dispositivo è quasi un personaggio. Io parto da lì, ma porto quel discorso nel presente: oggi non abbiamo più una sola voce dall’altra parte, ma un flusso continuo di comunicazioni. La cabina diventa allora un luogo che ci ricorda quanto la comunicazione sia sempre stata una forma di relazione fragile e potente allo stesso tempo.
La sua pratica artistica lavora spesso per stratificazioni visive e culturali. Come si traduce questo nella cabina di Spoleto?
La cabina è come una pelle. Non la considero una superficie da decorare, ma da attraversare. Ogni intervento visivo è uno strato che si sovrappone agli altri: cultura pop, memoria urbana, frammenti simbolici. Non c’è un ordine gerarchico, ma una tensione continua. L’idea è che chi guarda non trovi una risposta unica, ma entri in un sistema di rimandi, quasi come in una memoria che non si chiude mai.
L’opera è anche partecipativa e pensata per essere vissuta dal pubblico. Che ruolo ha lo spettatore in ACID DROP?
Lo spettatore non è esterno, è parte dell’opera. Entrare nella cabina significa attivarla. Il gesto più semplice — fermarsi, guardare, scattare una foto — diventa un atto di narrazione. Mi interessa molto questa dimensione: oggi l’immagine non è più solo rappresentazione, ma esperienza condivisa. In questo senso il pubblico non completa l’opera, la genera continuamente.
Se dovesse riassumere in una sola immagine il senso profondo di ACID DROP, quale sceglierebbe?
Direi una voce che attraversa il vetro e non si spegne. Una voce che arriva da lontano ma non appartiene al passato. È questo il punto: le radici non sono sotto di noi, sono intorno a noi. E ogni tanto, se ci si ferma, si riescono ancora ad ascoltare.
“ACID DROP – Radici in ascolto” non è un’opera da guardare soltanto, ma da attraversare: per questo il modo migliore per comprenderla davvero è esserci, entrare nella cabina e lasciarsi sorprendere dal suo silenzio che parla — dal 26 giugno al 12 luglio 2026 a Spoleto.
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I commenti dei nostri lettori
Elel
28 giorni fa
Fastidiosa la cabina: perché quelle immaghini a vista anche di bambini? mi dicono che tanto già le vedono in tv e sui social: è davvero inutile disapprovare o cos'altro? L'anno scorso a quell'altezza del corso, sempre durante il festival, un permormer en travesti, truccatissomo e con fare troppo effeminato, si avvicinava ai bambini, li accarezzava, gli faceva le smorfie e gli dava dei buffetti: i genitori ridevano e si divertivano, i bambini mi sembravano un po' perplessi. Ho sentito un signore dire al performer, quando gli si è avvicinato, di lasciar stare i bambini, e il performer si è allontanato con fare indispettito. Non so, vedo cose che non mi piacciono proprio per niente, ma non sono una bacchettona...
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