politica

'Sbatti il mostro in primo piano'

 

Parafrasando il celebre film con Gian Maria Volonté, Enrico Morganti - responsabile rapporti con la stampa del Movimento 5 Stelle di Spoleto - interviene sul disagio nell'era dei social

 

Una decina di anni fa frequentavo il liceo e, per prendere l'autobus verso casa, dovevo recarmi a Piazza Vittoria, più precisamente "sotto l'archi". Lì sotto credo accadesse di tutto: dalla vita dei clochard che imploravano qualche moneta allo spaccio di sostanze stupefacenti, passando per piccole e grandi risse. Tra ragazzi, avevamo imparato a evitare quel tipo di situazione e, in casi estremi, a rivolgerci alle forze dell'ordine o al personale di Busitalia presente. Osservando però da una prospettiva abbastanza vicina quelle circostanze di disagio, mentre ci preoccupavamo di autotutelarci, c'era qualcosa che ci chiedevamo: "Perché?". Ma non ce lo chiedevamo in generale, bensì per le singole persone coinvolte. Perché quel signore dorme in mezzo agli scatoloni in compagnia solo del suo cane? Perché quel ragazzo, invece di andare a scuola come noi, era lì "sotto l'archi" a fumare chissà quale sostanza? Perché quell'uomo nordafricano come lavoro ha scelto di spacciare, invece di fare, che ne so, il muratore, il geometra, l'insegnante? Si cercava di comprendere (attenzione: non giustificare, ma comprendere) che cosa li avesse portati a fare questo. Magari non li avremmo salvati dalla loro condizione, né loro da soli si sarebbero salvati, ma si cercava una prospettiva umana per non trasformare in mostro chiunque avrebbe potuto avere nella vita una seconda occasione, evitando il giudizio più superficiale. Forse lo avevamo imparato a scuola, forse in famiglia, forse proprio per strada, "sotto l'archi".

Nel corso degli anni, però, è cambiato qualcosa. Sono cresciuti i social. C'erano anche dieci anni fa, chiaramente, ma l'impatto sulla nostra vita dell'epoca, seppur importante, in confronto a quello di oggi, era marginale. Ora tutto passa dai social, qualsiasi informazione, locale, nazionale e internazionale. E, a prescindere dalla distanza, arrivano nell'arco di pochi secondi a chiunque in giro per il mondo. Ma c'è di più: a dare la notizia non c'è più il reporter o il giornalista, ma la persona comune con uno smartphone in mano. Basta una storia su Instagram, un video su Tik Tok, una diretta Facebook e abbiamo il fatto sotto i nostri occhi. Così come sotto i nostri occhi passano i primi commenti, spesso scritti sotto a un video non finito di guardare e a un post non finito di leggere, ma, ancora peggio, a un contenuto non interamente verificato. Così la notizia diventa show, il commento è interazione (più o meno capitalizzabile) e l'obiettivo non è più quello di informare, ma di intrattenere e colpire nella pancia delle persone prima che nel cervello. Sia chiaro, Internet è stato, è e sarà fondamentale nel mondo dell'informazione, soprattutto perché fornisce tutti i mezzi necessari per approfondire notizie, lungi da me demonizzarlo (la forza politica di cui faccio parte è nata grazie al web). Il problema è che l'immediatezza ha superato per importanza l'approfondimento. E qualcuno ha capito che questo può dare frutti.

Avete mai sentito parlare di Welcome To Favelas? Per chi non la conoscesse, è una pagina social divenuta nota per pubblicare video ricevuti dai follower in cui vengono "documentate" situazioni di disagio in varie città d'Italia, di qualsiasi tipo, dalla signora anziana che ci sta poco con la testa alla rissa tra baby gang. Tutto in pasto a un'utenza libera da moderazione nei commenti, in cui la fanno da padroni lo scherno, gli insulti con una generosa dose di razzismo e presunta superiorità morale. 

Questo tipo di contenuti è diventato un modello in ogni territorio, in ogni ambito. Niente approfondimento: mostro in prima pagina (anzi, @inprimopiano), una frase provocatoria tipo "giudicate voi" e giù con i commenti. Si creano interazioni, monetizzazione e, a volte, anche un elettorato. 

Da circa un anno, questo metodo si sta diffondendo anche a Spoleto. Situazioni di disagio vengono diffuse sui social (Facebook in primis) e ci si lamenta del mancato intervento delle autorità locali, che dovrebbero avere il pugno duro e chiedere più forze dell'ordine in giro per la città, lasciando libero spazio a commenti che spaziano da lezioni esemplari di educazione ai giovani d'oggi alla presunzione del fatto che i soggetti interessati siano stranieri, come se esistesse un nesso causale con i fatti. Per ultima, è stata rilanciata la notizia dell'arresto di due tredicenni che hanno malmenato un cinquantenne, scatenando commenti contro le giovani generazioni che hanno preso pochi schiaffi dai genitori e il sindaco che non fa lo sceriffo. Curioso che però l'arresto dei due ragazzi sia avvenuto grazie all'intervento proprio delle forze dell'ordine che li hanno individuati tramite il sistema di sorveglianza nella piazza dove è avvenuta la violenza. Altrettanto curioso è che, nella città umbra in cui il sindaco fa effettivamente lo sceriffo tramite la vigilanza privata, la criminalità giovanile sia in linea con quelle delle metropoli italiane, così come è curioso che nonostante Roma Termini sia piena di blindati militari ancora rappresenti uno dei posti più pericolosi d'Italia (la grande efficacia di un Decreto Sicurezza ogni pochi mesi).

Si stimola la soluzione rapida e non si riflette sui perché. Quei perché che "sotto l'archi" ci chiedevamo da ragazzini. E, senza quei perché, è difficile arrivare a una risposta e a una soluzione alla radice, che è già estremamente complicata di suo, si pensi poi se la parte repressiva viene ad essa opposta e non considerata solo una parte di tutto il complesso. Nel nostro piccolo, ognuno di noi dovrebbe fare la propria parte. Nei giorni scorsi dei cittadini hanno organizzato manifestazioni di arte, musica e spettacolo proprio nelle zone di maggiore disagio, facendole rivivere di gente di tutte le età e provenienza; l'amministrazione ha fatto sì che venissero riqualificate numerose aree di comunità e affidate alle comunità stesse, perché la partecipazione e la cittadinanza attiva sono il primo presidio contro il degrado; gli interventi da parte delle forze dell'ordine (con tutti i limiti di mezzi e risorse) come quello di qualche giorno fa hanno ottenuto l'arresto dei responsabili dei reati commessi; amministrazione e prefetto inoltre si sono spesso incontrati e coordinati negli ultimi anni per agire con le migliori forze possibili su situazioni di degrado, non sottovalutando tali episodi di microcriminalità (come si vorrebbe far passare), dato che la parte del controllo e della repressione resta comunque fondamentale in un sistema per la progressiva eliminazione di tali vicende. Tutto ciò è abbastanza? Non lo è mai. Risolto il problema? Assolutamente no, non del tutto, sarebbe sciocco affermarlo. Le istituzioni devono provare a fare di più? Certamente (tutte). Ma, per tanti di noi, sarebbe un grosso passo avanti quello di chiedersi "perché" e portare su un piano umano la discussione, compresa la critica più feroce. Magari prima di spettacolarizzare il disagio e sbattere, per qualsiasi fine, il mostro @inprimopiano. 

(*) Consigliere comunale di Spoleto per il Movimento 5 Stelle



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I commenti dei nostri lettori

Affinché si possa sperare in qualche risultato....

2 giorni fa

La stesse domande dovrebbero porsele i politici della città riflettendo sulle politiche adottate nei confronti dei cittadini.

Carlo Neri

3 giorni fa

Bambino, 10 anni fa, la pianta era già cresciuta storta. Quando ero bambino io, la pianta la si raddrizzava appena ci si accorgeva che non cresceva diritta. E non c'erano risse e atti di delinquenza minorile. Ma che vuoi saperne tu, buonista a prescindere?

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