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Il sindaco fa il pm con lo Spoleto Calcio: e se avesse ragione?

 

 

Questa storia è cominciata circa quattro anni fa, quando Max Pincione (il nome può far pensare ad un errore di battitura, perché si potrebbe trattare del nome d'arte di un comico o di un cantante), all'epoca ed ancora oggi "longa manus" di una cordata arabo-americana, era il presidente del Grosseto Calcio. I protagonisti, che recitano a soggetto, praticamente


gli stessi: accanto a Pincione (su cui pende una richiesta di condanna dei pm a 4 anni di reclusione per il crac da 15 milioni del Pescara Calcio), il fido Paolo Iapaolo e la principessa araba Norah Al Saud. All'epoca c'era anche un'altra socia americana, tale Janet Mazzullo, poi dileguatasi.

Ad inizio stagione, il Grosseto aveva la grande occasione di essere ripescata in Lega Pro. Era praticamente tutto pronto, ma all'ultimo momento Max Pincione si ritira: qualcuno pensa male, qualcuno fiuta la puzza. Viene allestita una squadra dell'ultimo momento, che deve trovare amalgama in poco tempo, ma le circostanze sono difficili: si pensa più ai tribunali che al campo, e dopo la cacciata dei giocatori, l'elenco delle imprese pincioniane ha dell'incredibile. Poi, come sempre, succedono cose che cambiano i preventivi. Cosicchè l'estate eclatante finì nel modo agghiacciante che tutti conoscono: Pincione tornò in America lasciando debiti di ogni tipo con i fornitori, ma soprattutto con lo staff tecnico. Che, guarda caso, era composto da un tale Massimo Agovino.

Questo nome non è nuovo. Lo fece quel furbacchione di Andrea Pecorelli pensando a chi potesse sedere sulla panchina dello Spoleto ai tempi della serie D. Poi, colui che venne affettuosamente soprannominato "Er Pecora", optò per Carlo Pascucci, salvo cacciarlo dopo poche giornate. E allora questo particolare fa pensare che esista un circuito, gestito da avvoltoi senza scrupoli, che osservano la "pecora smarrita" dall'alto e poi la ghermiscono per farne un solo boccone.

Insomma, se le premesse ed i personaggi sono tali, la diffidenza è stata sempre un passo avanti rispetto alla convenienza. Tant'è che l'impatto mediatico che ha avuto l'operazione potrebbe ben presto svelare ben altri reconditi pensieri. E sono quelli che, probabilmente, hanno preso la mente del sindaco Umberto de Augustinis. Ora, il "Bel Paese" è tanto bello quanto piccolo. E potrebbe essere bastata una telefonata al suo omologo grossetano Antonfrancesco Vivarelli Colonna per farsi declamare qualche passo delle "Pincioniadi".

Riportiamo, per dovere di cronaca, le dichiarazioni dell'assessore allo sport di Grosseto, Fabrizio Rossi, in calce alla querela presentata dal primo cittadino per le offese al Comune durante un programma di approfondimento della emittente TV9 "Bianco rosso". Ironia della sorte, gli stessi colori dello Spoleto ed anche quelli del Pavia, società che il "circus" Pincione avrebbe tentato di acquistare. Ma nella terra della Bonarda hanno le narici addestrate ai pacchi profumati. "Continua il delirio di Pincione, sempre più avulso dalla nostra realtà", era stato il commento di Rossi. "In Maremma ci sono persone e amministratori seri, che quotidianamente compiono il proprio lavoro, seguendo le regole. Che il Comune possa essere il mandante di un atto violento (la distruzione dell'automobile di Pincione, ndr) è una gratuita e gravissima diffamazione".

Per ora, nei rapporti con il Comune, Pincione ha preferito la linea soft perché di fronte ha pur sempre un magistrato, nonostante quest'ultimo abbia già messo in campo l'artiglieria pesante revocando la concessione del Comunale e informando la Guardia di Finanza indossando al contempo la toga e calzando la fascia tricolore. Ma, c'è da scommetterci, il livello della tensione si alzerà di pari passo con l'aumento delle temperature di Caronte.

Di fronte a questo quadro, oltretutto con un fardello debitorio che risale ai tempi del patron Luigino Santirosi, probabilmente molti tifosi che vogliono il bene dello Spoleto aspetteranno il sindaco de Augustinis fuori da Palazzo Comunale. Magari per ringraziarlo di aver tenuto lontani da Spoleto certi personaggi.

La difesa d'ufficio di Tracchegiani ha un senso se vista politicamente come uscita del nuovo movimento "totiano". Ma, nel merito, l'ex forzista dovrebbe attingere a qualche informazione in più sui "salvatori" della pelota biancorossa.



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I commenti dei nostri lettori

Pablo

7 anni fa

Guarda guarda però il direttore è sempre in mezzo. Compratelo un flipper per farlo giocare, almeno gioca.

Giorgio

7 anni fa

Articolo condivisibile in ogni parola. È che a Spoleto ci sono i soliti faccendieri ma questa volta gli è andata male.

Apeiron, l\'indeterminato

7 anni fa

Renzo Berti non è nuovo a ricerche giornalistiche d’inchiesta e, occorre ammetterlo, talvolta gli riescono proprio bene. Anche questa volta, con parole abilmente dissimulate, ma neanche troppo, lascia capire che a Spoleto ha tentato di discendere, per l’ennesimo colpo, un nuovo “clan dei marsigliesi”. Il fatto in sé appare chiaro, la solaritá (nel senso di “sola”) abbastanza palese, ma a questo punto gli SPOLETINI debbono porsi un quesito di rilievo sesquipedale: PERCHE’ TANTI MAGLIARI (ricordate il celebre film di Alberto Sordi?) , talvolta in forma di potenti organizzazioni malavitose, sentono l’impulso irresistibile di approdare a Spoleto, per cercare di turlupinare gli indigeni? I casi oramai sono innumerevoli: il Duca camerinense che sembrava voler comperare tutto il vendibile, dalla Banca Popolare, alla Panetto e Petrelli, facendo addirittura di Spoleto la “nuova capitale mondiale della cultura”; la prolifica famiglia calabrese ,che ha tentato, in parte riuscendovi, molteplici infiltrazioni nei più disparati ambiti, dall’agroalimentare, al Festival dei due Mondi, alla Maran, alla stessa Panetto e Petrelli ( per via indiretta); ora la principessa araba di esoteriche origini, che voleva cominciare dal calcio per andare in meta chissá dove. Il problema, enorme , è però un altro: in queste spericolate acrobazie pseudo-finanziarie, ci sono sempre stati numerosi fiancheggiatori spoletini,dei quali è meglio, per caritá di patria, tacere i nomi e dei quali si può solo dire, come affermava il Manzoni, che non l’hanno fatto apposta, perché non avevano ben capito. Altrimenti, erano d’accordo (questo però il Manzoni non lo dice). Alla fine, secondo le parole di Berti, meno male che Umberto c’è, giusto per rifare il verso al noto slogan, riferito ad altri, in altri momenti.

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