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'L’incenerimento non è l’unica opzione al trattamento del rifiuto urbano residuo'

 

Il tema affrontato nel corso dell'odierno convegno promosso da Zero Waste Italyd il Comitato Umbria Rifiuti Zero

 

Grande partecipazione alla conferenza odierna promossa da Zero Waste Italy e dalle associazioni riunite nel coordinamento regionale Umbria Rifiuti Zero dal titolo “Rifiuti Umbria: il passo del gambero”. Un appuntamento voluto per fare il punto sulle politiche ambientali in atto nella regione e provare a proporre soluzioni alternative per proteggere l’ambiente e ridurre il livello di inquinamento.

“Il 65% di riciclo netto è l’obiettivo minimo, non massimo, previsto dalle Direttore Ue - è stato spiegato - e fino al 2035 c’è abbondanza di tempo per perseguire scenari più ambiziosi. L’incenerimento non è l’unica opzione al trattamento del rifiuto urbano residuo né, in riferimento alle finalità di quel calcolo, l’unica opzione che consente di ridurne l’avvio in discarica”. 

Nel corso del convegno è stato quindi preso in esame il documento finale di studio dei possibili scenari di sviluppo del sistema di gestione dei rifiuti in Umbria (pubblicato dal comitato tecnico scientifico). Inoltre, sono state analizzate le scelte adottate e adottabili dalla Giunta Tesei evidenziandone tutte le possibili criticità oltre agli evidenti errori di valutazione che, se non corretti, rischiano di compromettere lo sviluppo sostenibile dell’Umbria.

“L’obiettivo deve essere quello di eliminare gli sprechi e ridurre al massimo l’uso delle risorse, dei beni, la produzione dei rifiuti e riciclare tutto il resto”. 

A riguardo, pubblichiamo anche il comunciato stampa diffuso dagli organizzatori

Inesattezze, errori di valutazione e più di qualche profilo di incompetenza trapela dal documento elaborato dal Comitato Tecnico Scientifico, incaricato dalla RegioneUmbria di elaborare una proposta alla base del nuovo Piano Rifiuti. Una proposta e un documento del tutto inadeguati ai tempi,  che  disattendono  completamente le  esperienze  e  gli  esempi  delle  realtà  che  si  sono dimostrate  più  virtuose  in  materia  di  gestione  dei  rifiuti,  da  cui  emerge  una  proposta  dipianificazione persino  peggiore di quella del 2009, che rischia di danneggiare pesantemente la nostra Regione.

Il documento, oltre a riesumare una soluzione, quella della creazione di un nuovo inceneritore, del tutto obsoleta e anacronistica, mette addirittura in discussionel’unico modello di raccolta dei rifiuti che consente di intercettare elevati quantitativi di frazioni differenziate, di ottima qualità merceologica: il porta a porta spinto.

Tant’è che nella proposta formulata scompare l’estensione del metodo di raccolta porta a porta su tutto il territorio regionale (presente nel vigente piano regionale del 2009), mentre si indicano tra le migliori pratiche italiane, i casi dell’area romagnola, gestiti dalla Società Hera e caratterizzati da  un modello  di raccolta di tipo stradale che l’Umbria giustamente sta da tempo, progressivamente, abbandonando, cosi come la stessa parte emiliana di quella regione.

Secondo quanto riportato dal CTS, il recupero di materia ottenuto nel contesto territoriale preso a riferimento, gestito dalla Società Hera, raggiungerebbe valorisuperiori al 95% di quanto raccolto, per tutti i materiali. Una tale affermazione, che ci appare del tutto sfornita di prova, potrebbe essere suffragata solamente dalleanalisi merceologiche eseguite, atte a certificare la predetta affermazione. Quindi, quale atto dovuto, ci aspettiamo che il CTS pubblichi i predetti dati ecertificazioni perché noi  abbiamo  ampie,  ampissime  evidenze  del  contrario.  Il  sistema  è  intrinsecamente  incline  a generare impurità a due cifre dei varimateriali raccolti, e questo viene amplificato dalle operazioni di selezione che, massimamente nel caso dell’organico (ma non solo),assieme alle impurità scartano anche molto materiale riciclabile o compostabile.

L’architrave di tutta la pianificazione regionale, che emerge dal documento prodotto dal CTS, è molto  debole  e  assolutamente  discutibile,  in  quanto,  come ci  aspettavamo,  ruota tutta  intorno all’obiettivo  europeo  del  10%  della  produzione  totale  di  rifiuti,  quale  percentuale  massima conferibile  in  discarica,  da  raggiungere  entro  il  2035.  Al  CTS  pertanto  appaiono  sfuggire  gli obiettivi intermedi e il fatto che il predetto obiettivo non è a tutt’oggi definitivo, essendooggetto di discussione  a  livello  europeo,  e  di  ben  due  votazioni  già  avvenute  nel  parlamento  europeo; votazioni e richieste incluse ella Commissione UE chefanno presagire la revisione od addirittura la abolizione (nell’ambito della “mid term revision” del Pacchetto Economia Circolare) che avverrà nei prossimi 2 anni, delLandfill Cap del 10% e una sua possibile sostituzione con un “residual waste cap” o sua espressione non più in percentuale, ma in kg/ab.

A fronte di questo,affrettarsi a impostare le valutazioni strategiche su un obiettivo al 2035, quando tale obiettivo potrebbe essere rivisto prima ha tutto il sapore di“voler sfruttare l’argomento finché possibile” . Un approccio, con ogni evidenza, irricevibile.

Ma l’aspetto che suscita maggiore perplessità, in termini di conoscenza approfondita del settore, è la formula  fallace  posta  alla  base  della  proposta:  fatto  100  il totale  del rifiuto, tolto  il 65%,che rappresenta la percentuale minima di riciclo prevista dall’Unione Europea per il 2035, sottratto il

10% ovvero il limite di conferimento in discarica, rimane un 25% di rifiuto residuo, che, secondo tale costruzione, rappresenterebbe la percentuale da inviare adincenerimento. Non per caso, tutti e tre gli scenari individuati nel documento hanno alla base la medesima formula fallace.

Fallace in quanto, il 65% di percentuale di riciclo netto rappresenta di fatto l’obiettivo minimo e certamente, con una raccolta porta a porta, spinta e di qualità, di qui al2035 l’Umbria ha tutte le capacità per arrivare ad una drastica riduzione di quel 25% di rifiuti/scarti che vorrebbero destinare ad incenerimento, ponendosi di fattoin totale controtendenza con tutte le realtà virtuose e con gli altri Paesi europei, anche quelli con maggiore presenza di inceneritori, che tanta materia sottraggonoall’economia   circolare,   i   quali   stanno   pertanto   rivedendo   le   loro   strategie,   eliminando progressivamente tale pratica dannosa e ormai obsoleta conmoratorie e/o piani di “decommissing” progressivi della capacità esistente.

Va anche ribadito che l’incenerimento e il co-incenerimento non sono certamente le uniche opzioni di trattamento del RUR, né le uniche opzioni che consentono diridurne l’avvio a discarica. Esistono ad esempio impianti di trattamento meccanico biologico evoluti, comunemente denominati fabbriche di materiali,  e sistemi diselezione del RUR che riescono a recuperare i materiali riciclabili che sono presenti nell’indifferenziato, garantendo, inoltre, una elasticità del sistema, riuscendo atrattare sia il rifiuto residuo che la raccolta differenziata.

Dopo il lavoro del CTS, che certamente non ci dà lustro in materia, ci ha messo lo zampino anche la Regione, la quale, tra gli scenari individuati dal Comitato,guarda caso, è andata ad individuare proprio il peggiore ovvero quello che prevede la realizzazione di un nuovo inceneritore; una idea ormai da anni abbondonata,anche perché antieconomica e non certamente utile, né tanto meno necessaria all’Umbria.

Peraltro, rispetto all’ipotesi del quantitativo di 130 mila tonnellate da incenerire, anche chi poco conosce della produzione dei rifiuti in Umbria, immediatamente,comprende che non è certamente legata alle reali esigenze di smaltimento della nostra Regione, ma rappresenta la taglia minima atta a consentire la sostenibilitàtecnica ed economica dell’inceneritore e del suo gestore, con il rischio concreto di ricevere rifiuti da fuori regione e azzerare le buone pratiche finora messe in atto!

Un  tale  scenario,  come  facilmente  si  intuisce  ed  evince  anche  dai  numeri/dati  riportati  nel documento del CTS, va a compromettere tutte le politiche diriduzione e prevenzione della produzione di rifiuti, in violazione peraltro della ben nota gerarchia dei rifiuti, che CTS e Regione appaiono disattendere, oltre checertamente compromettere la qualità e quantità della raccolta differenziata, con concreto pericolo di abbandono del sistema di raccolta migliore che esiste che è il porta a porta spinto.

Alla fine, una triste certezza l’avranno i cittadini che vivono in prossimità delle discariche e le associazioni che fin qui si sono battute per far chiudere questiimpianti dannosi e insalubri, sempre dichiarati “residuali”. Un ulteriore milione di mc di spazzatura, o un milione 400mila mc! solo per arrivare alla messa infunzione dell’inceneritore nel 2030,garantendo a tale data il”flusso minimo vitale” per fare funzionare l’inceneritore, quando da subito si potrebbe spingere suraccolta domiciliare e strategie di riduzione e riuso, con effetti ben più veloci rispetto all’attesa della “salvifica ciminiera”.

Poi già dicono che già dal 2029/2030 occorreranno “nuovi volumi di discarica, necessari al soddisfacimento dei futuri fabbisogni, che – seppur limitati –permarranno nel sistema a regime”. Questo perché , ad onta della narrazione, l’incenerimento non elimina la discarica: anzi, la raddoppia, richiedendo discariche siaper rifiuti non pericolosi (le ceneri pesanti o “scorie”) che per rifiuti pericolosi (le ceneri volanti).

Gli esperti regionali calcolano circa 30/35mila mc all’anno ma non dicono certo dove verranno conferiti! Chi l’ha detto che, oltre le aree vocate a vigneti o a uliveti o a tabacco…, ci debbano essere anche i distretti dell’immondezza? Solo in Umbria, una discarica è persempre!

Altro argomento affrontato nel documento del CTS riguarda il recupero energetico, previsto nell’ambito  dei diversi scenari proposti,  e che a parole si considera  limitato  alla sola  frazione residuale non riciclabile. Tuttavia, quanto affermato è subito smentito dai grafici che sintetizzano le tre differenti ipotesi. Infatti, il primoscenario contempla 130.000 tonnellate da incenerire, il terzo invece  poco  più  di  45.000  tonnellate,  dimostrando,  così  che  l’inceneritore  viene  alimentatosoprattutto con rifiuti che potrebbero essere avviati a recupero di materia.

Nulla di più fuori luogo poi l’affermazione, anch’essa denotante una scarsa cultura sul tema, di chi, compreso  l’Assessore regionale all’ambiente, porta laDanimarca quale esempio  da imitate per l’Umbria, facendo così un grande torto alla nostra regione.

La Danimarca, infatti,è caratterizzata dalla più alta produzione pro capite di rifiuti in Europa (880 kg/ab.anno contro una media UE nazionale di circa 500kg/ab.anno), ha una raccolta differenziata che non supera il 50% e circa 450 kg/ab. Anno vanno ad incenerimento il  che risulta in circa 110 kg/ab.anno di scorie eceneri.

Peraltro,  il governo  danese,  in una ottica di perseguimento  della  nuova strategia di economia circolare,   completamente   sfuggita   al   CTS regionale, e per rispettare gli impegni di decarbonizzazione – messi in crisi dalla elevatissima “climate footprint” dell’incenerimento, ben più elevata di quella del mixenergetico  nazionale e locale (ci domandiamo se gli “esperti” queste valutazione le hanno sviluppate) ha appena annunciato un pian nazionale di riduzionedel 30% delle capacità di incenerimento; un sistema, evidentemente, non più sostenibile e non certamente da imitare, soprattutto, in questo momento storico.

L’incenerimento, proprio come la discarica, rappresenta una perdita di materia e di risorse, tanto che, e non a caso, la costruzione di inceneritori e tale modalità di gestione non possono essere finanziate con i fondi del Recovery Fund o Next Generation Eu perché soggetto al principio de DNSH “non creare un danno allaEconomia circolare”, il che conferma, al di là di ogni obiezione, che non fa parte dell’Economia Circolare, ed anzi lavora contro di essa.

C’è una grande amarezza nel leggere scenari di pianificazione che l’Umbria non si merita, del tutto fuori luogo, datati e dannosi per la nostra Regione, il suosviluppo sostenibile, la salubrità del suo ambiente e l’economia circolare, completamente disattesa.

Eppure un’alternativa ai predetti scenari esiste, come ci dimostra la realtà virtuosa e di rilievo internazionale che è la Società pubblica Contarina e il Consorzio di comuni che la guida. Paradossalmente, il CTS, pur citando Contarina tra le migliori pratiche, finisce poi per liquidare tale esperienza con una affermazione che lascia di stucco: “Con i dati a disposizione non è possibile stimare se l’intera filiera del trattamento dei rifiuti nel consorzio Contarina rispetta già oggi il limite  del  10%  del  conferimento  in  discarica  del  rifiuto  residuo”.  Evidentemente,  non  hanno ritenuto di informarsi.

Contarina gestisce 50 Comuni della provincia di Treviso e serve una popolazione di circa 550.000 abitanti.Grazie ad un sistema che si basa sul modello porta a portaspinto e sul sistema a tariffazione puntuale,la Società è riuscita a prevenire la produzione di rifiuti, tanto che nel 2019 ha un dato della produzione di rifiuti pari a sole226.372 tonnellate, con una percentuale di raccolta differenziata dell’88%,un quantitativo di rifiuto residuo pro capite di soli 42 kg/ab/anno; valore che si propone di ridurre ulteriormente, portandolo al 10kg/ab/anno di rifiuto residuo. Inoltre, Contarina vanta una tariffa media tra le più basse d’Italia.

Facendo riferimento a questa realtà e alle numerose esperienze virtuose che abbiamo in Italia, le associazioni riunite nel Coordinamento Regionale Umbria RifiutiZero e i referenti umbri di Zero Waste Italy avevano presentato, nel 2020, una dettagliata proposta di piano regionale, supportata peraltro da numerosi cittadini,associazioni e Sindaci, a cui la Regione e lo stesso CTS non hanno mai dato risposta e non hanno mai inteso confrontarsi. Avevano forse già deciso a priori lastrategia finale e hanno così costruito su quell’obiettivo i possibili scenari, ribaltando completamente il giusto approccio metodologico?

A noi sembra proprio così. Ma andiamo a mettere a confronto gli scenari del CTS con la proposta da noi presentata.

Lo scenario che la Regione vorrebbe adottare prevede un quantitativo di rifiuti totali prodotti, al 2035, di 434.452 tonnellate, che, rispetto alla produzione attuale, si riduce del solo 4.5%, peraltro, non in  virtù dell’attuazione di politiche di riduzione dei rifiuti,  ma per una previsione di calo demografico!

Al 2035, si prevede il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta differenziata del 74.8%, ovvero si programma di impiegare ben 14 anni per aumentare lapercentuale di raccolta differenziata di soli 8 punti, rispetto all’attuale dato del 66%. Si prevede altresì che vi saranno circa 130.000 tonnellate di rifiuti da  incenerire.  Nonostante  il  massiccio  ricorso  all’incenerimento,  lo  scenario  ipotizza  un quantitativo annuo di rifiuti da conferire in discarica di circa 30.000 tonnellate. Ciò adimostrazione del fatto che questa pratica obsoleta non è affatto alternativa allo smaltimento in discarica, come vorrebbero farci credere. Non è un caso che laRegione abbia deciso di ampliare la capacità de lle discariche regionali.

La nostra proposta invece è pensata per creare in Umbria un modello di vera “economia circolare”, che , laddove non lo si sappia, non è e non può essere sinonimo di“gestione rifiuti” (ed infatti l’incenerimento  non  è  incluso  nei  modelli  originari  codificati di  Economia  Circolare  a  livello internazionale, essendo perdefinizione lineare e rappresentando un “leakage”, una perdita netta di materiali e risorse dal sistema); un modello che  abbia tra i suoi assi portanti il riuso, il riciclo,la riparazione e la riprogettazione e quindi si propone  di creare un contesto che favorisca la creazione di opportunità imprenditoriali e occupazionali, dove  etica eprofitto possano coesistere.

Ma veniamo ai numeri più importanti che sono quelli della produzione di rifiuti, secondo lo scenario da noi proposto.

Attuando l’elaborato redatto nel 2018 dalla società Erica, su commissione dell’Auri, e prontamente messo nel cassetto, incentrato sulle politiche di prevenzione eriduzione della produzione di rifiuti, si potrebbe raggiungere un obiettivo pro capite di produzione dei rifiuti di 360kg/ab/anno, già al

2030,per un totale di circa 330.000 tonnellate prodotte e una riduzione totale di rifiuti prodotti di circa il 27%, in 8 anni. Estendendo su tutto il territorio regionale ilmodello porta a porta spinto con tariffazione puntuale, già al 2030, si raggiungerebbe l’85% di raccolta differenziata.

Al rifiuto residuo prodotto può essere ulteriormente sottratto un 50% della frazione secca, se si realizzasse un impianto di fabbrica dei materiali, avviando a ricicloquanto intercettato nel ciclo dell’indifferenziato.

Sulla  base del predetto  scenario,  al 2030,  prevediamo  un quantitativo  di rifiuti da smaltire  in discarica  che  si  aggira  attorno  alle  35.000  tonnellate,  con  il  vantaggio  di  disporre  di  una progettazione impiantistica flessibile e modulare, che favorisce il miglioramento progressivo del sistema e degli obiettivi daraggiungere, tanto in termini di riduzione della produzione di rif iuti che di  materiale  intercettato  e  avviato  a riciclo  e,  dunque,  di tenersi pronti ad  accogliere ulteriori innalzamenti della barra delle ambizioni, come è sempre avvenuto negli ultimi decenni in Italia ed Europa.

Auspichiamo che la Regione faccia un passo indietro e che si apra una fase vera di dibattito e di confronto su un tema fondamentale per il futuro della nostra Umbria,senza comprometterlo nell’interesse di pochi e dei loro interessi economici".



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