cultura e spettacolo

Dietro le sbarre rinasce l’arte: il successo di 'Innominabile 27' al carcere di Maiano

 

Nella casa di reclusione va in scena la performance diretta da Giorgio Flamini. Un viaggio toccante tra solitudine, affetti negati e il desiderio sacrosanto di riscatto.

 

Nella serata di martedì 7 luglio, la casa di reclusione di Maiano ha aperto le sue porte allo spettacolo dal titolo Innominabile 27, diretto dal regista Giorgio Flamini. L'evento è stato fortemente voluto dal nuovo direttore artistico Daniele Cipriani, il quale ha ritenuto di fondamentale importanza trasformare Maiano, anche solo per una notte, in un teatro e in un luogo di viva espressione artistica. 

Lo spettacolo è stato reso possibile grazie all'enorme impiego del personale penitenziario e allo straordinario impegno dei detenuti, capaci di portare a termine la performance in maniera eccellente. Gli attori sul palco hanno attraversato e restituito al pubblico le profonde difficoltà personali ed emotive che ogni individuo affronta nella realtà carceraria: la mancanza di affetto, l’assenza delle carezze di una persona cara, il bisogno di parole di conforto, la solitudine e il trascorrere apparentemente interminabile dei minuti. Il tutto è stato accompagnato da un tappeto musicale quasi speculare alla mente dei detenuti, capace di trascinare lo spettatore dentro i loro pensieri più cupi e intimi.

La narrativa si è poi intrecciata con la lettura del diario di uno di loro: una testimonianza estremamente personale, a tratti complessa da decifrare, eppure arrivata al pubblico con straordinaria chiarezza. Sul palco sono emerse le paure, le insicurezze e il timore profondo di non farcela. Il regista ha saputo inoltre affrontare in maniera delicata e, al tempo stesso, pungente il tema della sessualità, una questione di grande attualità e storicamente complessa da sviscerare in ambito penitenziario. Con poche e semplici parole, Flamini ha spiegato quanto a chi vive ogni giorno dentro le mura della struttura manchi non solo la sessualità fisica, ma soprattutto quella dimensione emotiva e relazionale che della sessualità è parte integrante.

L’incredibile talento teatrale dimostrato dai detenuti ha offerto al pubblico una grande lezione: indipendentemente dal luogo in cui ci si trova, non esistono limiti alla cultura, all’arte e, in questo caso, al teatro. La rappresentazione si è dispiegata tra monologhi, missive dei cari e pagine di diario, il tutto scandito da un climax di toni, velocità e presenze sceniche. A scene e dialoghi inizialmente molto serrati sono seguite letture più lente e dilatate, quasi a voler restituire plasticamente l'interminabile scorrere del tempo all'interno della struttura.

Al termine dello spettacolo, ha preso la parola il regista Giorgio Flamini, il quale ha ringraziato l’equipe nella sua totalità per aver reso possibile questo progetto, ricordando che lo spettacolo è stato fatto in memoria di un noto magistrato che si chiamava Luigi Daga, il quale rese possibile la partecipazione al XXV Festival dei Due mondi di Spoleto, dei detenuti del carcere di Rebibbia, morto in un attentato durante una missione internazionale.  Successivamente, il regista ha passato la parola alla direttrice della struttura Bernardina Di Mario e al Vicecomandante Andrea Cucchiara, le quali hanno ringraziato i detenuti e tutti gli educatori che hanno reso possibile il progetto. Entrambe  hanno dimostrato grande empatia e umanità, sottolineando come la riuscita dello spettacolo sia il segno tangibile di una maturità e di una reale capacità di reinserimento sociale da parte dei ristretti.

Nel ribadire l’importanza delle attività trattamentali e teatrali in carcere, la dirigenza ha ricordato alla platea come la presenza del pubblico esterno non sia solo una testimonianza di senso civico e morale, ma anche il riconoscimento di una fortuna: quella di aver avuto opportunità migliori rispetto a chi ha sbagliato, spesso condizionato dal contesto sociale o geografico in cui è nato e cresciuto. È stato così riaffermato un principio cardine: il diritto a ricostruirsi una vita è sacrosanto, e nessuno deve essere giudicato esclusivamente attraverso la lente del proprio passato.

In chiusura, anche Daniele Cipriani ha voluto salutare il pubblico, ringraziando personalmente i detenuti e augurando loro il meglio per il futuro. Innominabile 27 si è rivelato uno spettacolo commovente, capace di accendere i riflettori su una realtà spesso rimossa dalla coscienza collettiva, restituendo con forza la voce a chi, purtroppo, non sempre ha la possibilità di farsi ascoltare.



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