società

Messa a San Sabino e vespri a Monteluco in onore di San Francesco

 

Le due celebrazioni tenute dall'arcivescovo Boccardo, per sottolineare l'importanza rivestita dalla città nella vita del Poverello di Assisi

 

Nella biografia di Francesco d’Assisi Spoleto ha avuto una parte rilevante: in questa città, infatti, il Santo fece un’esperienza sconvolgente di Dio che gli cambiò la vita, conosciuta come il “Sogno di Spoleto”. Nel 1205 a Francesco si presentò l’occasione di realizzare i suoi sogni e di andare combattente nella terra di Puglia. Arrivato il giorno della partenza, rivestito di una nuova fiammante armatura, si congedò dai suoi, uscì dalla porta orientale della città e con i suoi sogni di grandezza si lanciò verso sud. Giunse nella città di Spoleto al tramonto del sole e lì si fermò per la sosta notturna, pronto a ripartire l’indomani mattina.

Ma intervenne un fatto nuovo, del tutto inatteso, e quella che per Francesco doveva essere soltanto la prima tappa di un cammino verso il trionfo, divenne in realtà la fine delle sue effimere imprese e l’inizio di una straordinaria avventura umana e spirituale. Dicono infatti le antiche biografie che Francesco, colpito da un improvviso attacco di febbre durante la notte, ebbe un nuovo sogno e sentì una voce “divina”. La notte e il sogno di Spoleto furono per Francesco la notte e il sogno che cambiarono il corso della sua vita, la notte e il sogno della libertà o della conversione.

E il giorno della sua memoria liturgia, nell’VIII centenario della morte del Poverello di Assisi, nella chiesa di San Sabino c’è stata la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Renato Boccardo e concelebrata dai sacerdoti della Pievania di San Giovanni Paolo II, don Claudio Vergini, don Nelson Abraham, cpps, e don Mariano Montuori. “Qui a San Sabino – ha detto il Presule – Francesco ha smesso di inseguire un sogno di grandezza per abbracciare la grandezza di un sogno. Le sue mani diventano strumento di consolazione e non più quelle di un organizzatore di feste. A Spoleto è 'nato' un uomo innamorato di Gesù. E questa è diventata la sua forza che lo ha portato ad essere araldo di pace e fratello universale, consentendogli di cantare Altissimo Onnipotente Buon Signore”. Al termine della Messa a San Sabino, monsignor Boccardo si è recato nel convento di Frati Minori del Monteluco di Spoleto, dove Francesco nel 1218 fondò un convento, per la celebrazione dei Secondi Vespri. La meditazione dell'arcivescovo Boccardo ha preso origine dall’avvio della lettura breve dove San Paolo nella lettera agli Efesini (2, 14-18) dice: Egli è la nostra pace, colui che ha fatto un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo…”.

“L’incontro con Cristo – ha detto il Presule – cambia il modo di Francesco di guardare il mondo. Il Figlio di Dio ha abbattuto dentro di lui il muro della paura, del rifiuto dell’altro perché diverso, della separazione. Cristo ha fatto di Francesco un uomo di pace e per lui la pace non era teoria ma stile di vita, dono ricevuto da trasmettere agli altri. La specificità di Francesco era quella di essere affascinato da Cristo e da questa sono poi scaturite tutte le sue altre qualità”. Al termine dei Vespri il guardiano del convento padre Emanuele Passeri ha ringraziato monsignor Boccardo e tutti i presenti, tra cui anche i Frati Minori Cappuccini che da qualche tempo sono tornati a vivere nel convento di Spoleto. L’Arcivescovo prima della benedizione ha fatto una richiesta esplicita ai religiosi: “Vi chiedo di prendervi cura della nostra Chiesa diocesana con la preghiera di intercessione”.

Due celebrazioni semplici e molto sentite che hanno posto l’accento non tanto sul Francesco uomo di pace, cantore del creato e soccorritore dei poveri e dei malati, ma sul Francesco innamorato di Cristo, così come pregato nell’antifona al Magnificat: Io piccolo frate Francesco, voglio seguire sino alla fine la vita e la povertà dell’Altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre.



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